“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

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C’era una volta dis

di Mark Kree de Maridà

C’era una volta il dis.
-Un discorso?
-Una discussione?
-Un distretto?
-Disabitato?
-Distrutto?

Ma mica tutto. Solo dis-qualcosa, nelle sue distinzioni.

-Dov’è dislocato?

È disteso, lungo un pendio disboscato, con un albero di natale disadornato,
è disgraziato, già un tempo era stato attaccato, dissimilmente, e tutti
scappavano, distintamente; già era disumanizzato, disordinato, ma ora tutto
per terra è disseminato e per ciò ti disorienta, ne cogli subito la
disorganizzazione, è disattenta!

-Era distratta?

Comunicando con disegni fatti da un disegnatore disgrafico che cambiò
mestiere e diventò discografico, ma rimase disortografico, distribuendo “c”
al posto di “b” a lato, mentre in distese di operazioni in colonna, discalcolava
serie di tre più tre che fan dei giradischi il trentatrè.

Saputolo, tutti i turisti a disdire: che disapprovazione, fu un vero disastro, il
disco uno strazio.

Il sindaco dalla sua auto di serie disse: -Con estremo dispiacere, paese sarai
disabitato, il dissidio è disumano e ci ha tutti disarmato.

Ma dopo una discussione, quando tutti disubbidirono a questa decisione,
comportandosi come discoli più che discepoli, disabituandosi all’ordine si
distolsero dalla disciplina, a favore del disordine a inizio mattina.

Erano giorni dispari i più disparati, dissestati;
disturbati dagli spari, che si udirono distintamente nei giorni pari,
dissero che giù si stava dissipando un territorio per una distopia,
distante dal senso opportuno,
un progetto al quanto distorto,
al quale non avevan dato torto.

Dissi loro che avevano lasciato le dispute a metà,
ma accortomi del disagio generato,
tolsi il disturbo discretamente,
in quella storia li, io non centravo niente.
Per ciò fui per sempre diseredato.

Dissipai allora i miei averi in affari dissoluti, svergognato tornai a dissimulare
la condizione precedente, scrissi un dispaccio ad un dissidente, che mi
alloggiò in un dispensario in disuso di carne disossata. Un vero macello, da li
vidi che vi erano distribuite antiche carcasse, dissimulando il disagio
crescente, disponevo nel solito disordine le loro cose, scusandomi ancora
del disguido.

Nel caos,
ogni disparità era disciolta quando di seguito, passò un omino dismesso,
che disciolse a sua volta l’acqua e il limone nel selz, i calicini disposti su un
carretto e tutti, una volta dissetati, si guardarono e dissero, urlando
dissennati: ma che figata è, questa vita disagiata!
Allora, senza alcun disprezzo, della limonata pagarono il prezzo;
ora, sopito ogni disìo, disponetevi pure qui, lo faccio anch’io,
disarmati di disturbi, di disagi, di disprezzi e di dissidi,
distanti dai nemici,
distesi per essere amati,
e amanti di se stessi,
come dissero
anche i discoli come me,
i diseredati,
da tutti e tutto
soavemente,
discriminati…

Di Mark Kree de Maridà, pirata d’aküa dülza

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C’era una volta dis

di Mark Kree de Maridà

C’era una volta il dis.
-Un discorso?
-Una discussione?
-Un distretto?
-Disabitato?
-Distrutto?

Ma mica tutto. Solo dis-qualcosa, nelle sue distinzioni.

-Dov’è dislocato?

È disteso, lungo un pendio disboscato, con un albero di natale disadornato,
è disgraziato, già un tempo era stato attaccato, dissimilmente, e tutti
scappavano, distintamente; già era disumanizzato, disordinato, ma ora tutto
per terra è disseminato e per ciò ti disorienta, ne cogli subito la
disorganizzazione, è disattenta!

-Era distratta?

Comunicando con disegni fatti da un disegnatore disgrafico che cambiò
mestiere e diventò discografico, ma rimase disortografico, distribuendo “c”
al posto di “b” a lato, mentre in distese di operazioni in colonna, discalcolava
serie di tre più tre che fan dei giradischi il trentatrè.

Saputolo, tutti i turisti a disdire: che disapprovazione, fu un vero disastro, il
disco uno strazio.

Il sindaco dalla sua auto di serie disse: -Con estremo dispiacere, paese sarai
disabitato, il dissidio è disumano e ci ha tutti disarmato.

Ma dopo una discussione, quando tutti disubbidirono a questa decisione,
comportandosi come discoli più che discepoli, disabituandosi all’ordine si
distolsero dalla disciplina, a favore del disordine a inizio mattina.

Erano giorni dispari i più disparati, dissestati;
disturbati dagli spari, che si udirono distintamente nei giorni pari,
dissero che giù si stava dissipando un territorio per una distopia,
distante dal senso opportuno,
un progetto al quanto distorto,
al quale non avevan dato torto.

Dissi loro che avevano lasciato le dispute a metà,
ma accortomi del disagio generato,
tolsi il disturbo discretamente,
in quella storia li, io non centravo niente.
Per ciò fui per sempre diseredato.

Dissipai allora i miei averi in affari dissoluti, svergognato tornai a dissimulare
la condizione precedente, scrissi un dispaccio ad un dissidente, che mi
alloggiò in un dispensario in disuso di carne disossata. Un vero macello, da li
vidi che vi erano distribuite antiche carcasse, dissimulando il disagio
crescente, disponevo nel solito disordine le loro cose, scusandomi ancora
del disguido.

Nel caos,
ogni disparità era disciolta quando di seguito, passò un omino dismesso,
che disciolse a sua volta l’acqua e il limone nel selz, i calicini disposti su un
carretto e tutti, una volta dissetati, si guardarono e dissero, urlando
dissennati: ma che figata è, questa vita disagiata!
Allora, senza alcun disprezzo, della limonata pagarono il prezzo;
ora, sopito ogni disìo, disponetevi pure qui, lo faccio anch’io,
disarmati di disturbi, di disagi, di disprezzi e di dissidi,
distanti dai nemici,
distesi per essere amati,
e amanti di se stessi,
come dissero
anche i discoli come me,
i diseredati,
da tutti e tutto
soavemente,
discriminati…

Di Mark Kree de Maridà, pirata d’aküa dülza

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