Le Stelle
Questa è la storia di una grande città. Una città straordinaria.
Una città in cui ogni strada è illuminata a giorno, senza nemmeno un angolino al buio: perfino i sottoscala e gli ingressi delle cantine hanno la loro lampadina.
La gente può camminare in ogni momento e in qualsiasi posto senza mai sentirsi in pericolo.
Tutte le vetrine, ma proprio tutte, hanno così tante luci, così colorate e che cambiano così velocemente che bisogna mettere gli occhiali con le lenti scure per vedere la merce esposta.
Sui tetti ci sono pubblicità luminose di qualsiasi tipo di prodotto: talmente numerose e grandi che, sporgendosi verso la strada, formano un tetto di luci in perenne movimento. Così fitte che non si vede nemmeno un pezzettino di cielo.
Nella via dove abita Mariolino, in cima al primo palazzo c’è un cavallo al galoppo che muove le zampe e la testa; pubblicizza un’automobile. Sul secondo c’è una ragazza in una vasca da bagno tra bolle di schiuma. Sul terzo, una gigantesca bottiglia di champagne versa un liquido dorato in un enorme calice due piani più sotto.
Ed è così su ogni casa della città, in ogni via, in ogni piazza. Ci sono luci ovunque: ferme e in movimento, scintillanti o discrete, bianche o colorate, in alto in basso a destra e sinistra; davanti e dietro, sopra e sotto. Gli occhi sono così pieni di luci che non distinguono più tra i fari di un’automobile, una vetrina e una pubblicità.
Mariolino abita in un appartamento al quinto piano, con la finestra di camera sua che dà direttamente sul cavallo al galoppo. Nella stanza c’è una luce in mezzo al soffitto, una sulla scrivania, e poi sono sempre accesi un tablet, un computer e un monitor per i giochi.
Di notte, quando va a dormire, si attivano automaticamente delle piccole luci appena sopra al pavimento, mentre la sveglia proietta la faccia sorridente di una luna bonacciona.
Una volta Mariolino ha trovato in un racconto una frase che lo ha incuriosito: nel buio sotto il letto possono nascondersi dei mostri. Da buon figlio unico e solitario, ha subito guardato, entusiasta all’idea di una simile avventura, ma ha trovato soltanto: un soldatino rosso di plastica, due mattoncini Lego, le istruzioni di una macchinina radiocomandata, il coperchio di una scatola di cartone, un po’ di polvere. Nessun mostro.
Peccato: gli sarebbe piaciuto incontrare qualcuno al di fuori del solito trantran. Anche un essere abominevole con sei occhi, scaglie ritte sulla schiena e zanne come un tricheco, ma all’insù.
L’idea del buio lo solletica e trascorre l’intera mattina distratto; anche a scuola viene rimproverato un paio di volte dal maestro, ma a lui importa poco. L’idea è diventata progetto ed è deciso ad arrivare fino in fondo.
Tornato a casa, si organizza per procedere con le sue ricerche.
Il primo esperimento è il più facile: mette davanti a sé il televisore, il computer, il telefonino e poi li spegne uno dopo l’altro, guardando gli schermi diventare neri.
È quello il buio?
No, non può essere.
“Forse devo chiudere gli occhi”.
Un bel tentativo, ma non soddisfacente: il buio deve essere qualcosa di diverso dal non vedere niente.
Il problema è che per avere il buio non dovrebbero esserci luci, invece queste sono dappertutto e non ci sono pulsanti per spegnere pubblicità, lampioni, fari e vetrine.
Mariolino non demorde e la sua cocciutaggine, alla fine, dà risultati, anche se non nella maniera attesa.
Un giorno, mentre è per strada, gli sembra di vedere un puntino nero all’estrema destra del suo campo visivo. Si gira di scatto, ma non c’è nulla.
Continua a camminare e il puntino nero riappare, ma nell’angolo a sinistra, giusto il tempo di essere intravisto. Poi scompare come un segno di matita cancellato da un colpo di gomma.
Mariolino rimane stupito e anche un po’ inquieto; addirittura sospetta che qualcosa di nero gli cammini a fianco, appena dietro alla linea delle spalle. Inutile dire che, voltandosi, non nota niente di strano.
“Stai a vedere che sia quello il buio… ma è possibile che si muova e mi segua?”
Nei giorni successivi, la sensazione che ci sia qualcosa di nero in agguato ai margini della sua vita diventa sempre più frequente, quasi una compagnia.
Senza citare le apparizioni, Mariolino cerca di parlarne con i genitori e con un insegnante a cui è particolarmente affezionato, ma non ottiene alcun conforto: tutti gli adulti gli dicono che il buio è brutto, è angosciante, addirittura pericoloso. Nel buio ci sono mostri, brutti pensieri e perfino una cosa che si chiama disperazione. Bisogna evitare il buio ed è una fortuna vivere in una società moderna, dove la luce artificiale ha scacciato le ombre della notte.
Mariolino, però, non desiste.
La città continua a essere quella di sempre, con tutte le sue luci straordinarie e abbacinanti, ma per il bambino l’importante sono le piccole macchie nere che solo lui vede.
Una sera, mentre sta per prendere sonno, scorge una macchia di buio nella stanza: in un angolo, proprio a fianco della porta, la penombra sembra addensata.
Si gira e la fissa, ma questa non sparisce.
“Ecco il buio” si dice. “Sono riuscito a vederlo, finalmente”.
In realtà si sente un poco deluso. Sperava francamente in qualcosa di meglio: magari non proprio un mostro, ma almeno un’avventura da ricordare. Tanto penare per vedere il buio e alla fine si tratta solo di una macchia scura in un angolo della stanza.
Poi, un’idea.
“Forse il buio va toccato perché faccia effetto”.
Così si alza lentamente, si avvicina con cautela e allunga una mano, pronto a ritirarla al solo avvertire il minimo dolore.
O forse una piccola scossa elettrica.
O caldo, o freddo.
Niente.
Il buio non è nulla di entusiasmante.
Chiude gli occhi e sente una voce: “Se vuoi conoscere davvero il buio, devi entrarci con tutto te stesso. Non basta infilare una mano o un piede. Devi tuffarti”.
Mariolino spalanca gli occhi, si guarda in giro, ma nella camera non c’è nessuno.
La macchia nell’angolo ora sembra forse un poco più grande e ancora più nera. Che sia stata lei a parlare?
Impossibile. Deve aver sognato.
Però si fa coraggio e, trattenendo il fiato, infila la testa.
Non c’è nulla, assolutamente nulla. Solo nero, nero e poi ancora nero.
Fa un passo avanti, allarga le braccia e non toccano nulla; le spinge avanti, ma anche lì non sente niente.
Possibile che l’angolo della sua camera sia così grande?
Prova a muovere le braccia in larghi cerchi, ma è inutile: si trova in uno spazio vuoto.
“Ho paura. Dove sono?”
Nessuna risposta.
Ancora due passi in una direzione, due in un’altra e poi cerca di tornare indietro, le braccia tese, i piedi titubanti e gli occhi spalancati alla ricerca anche dell’ombra di una forma.
“Ho paura. Voglio tornare nel mio letto”.
“Sei appena entrato e già vuoi fuggire?” dice la voce misteriosa.
“È brutto il buio. Non si vede niente, non c’è niente. È la cosa più inutile del mondo. Voglio tornare nella mia cameretta”.
Un lungo silenzio in cui Mario sente il cuore battere sempre più forte: e se il buio lo avesse rapito? Se non riuscirà più a tornare alla luce, alla sua vita normale?
“Calmati. Non c’è nulla da temere”.
Un bel dire: Mariolino sente dentro di sé una tempesta di paura.
Ancora la voce, di un tono più bassa e di due gradi più calda: “Stenditi e respira”.
Mariolino obbedisce. Sotto di lui uno strano terreno, morbido e umido.
Qualcosa dentro di lui si scioglie.
Sempre la voce nella testa, ancora più bassa, ancora più calda: “Alla luce devi usare gli occhi. Al buio non servono: devi guardarti dentro.
Ascolta i tuoi pensieri.
Lasciali correre.
Goditi la loro compagnia”.
“A cosa devo pensare?”
“Lascia che siano i pensieri a venire da te. Non andare tu da loro: aspettali”.
E i pensieri arrivano, dapprima timidi come fragili insetti. Piccoli ricordi: i genitori a tavola che ridono per una sua battuta. Un prato del parco coperto di petali di fiori rosa caduti da una pianta. I capelli di una sua compagna di classe che ha il banco poco più avanti del suo: biondi, luminosi e sempre in movimento.
Altri pensieri arrivano, altre immagini che si collegano una all’altra ed è bello lasciarsi andare.
A un certo punto rallentano, si fanno confuse, si mischiano e Mariolino capisce che sta per addormentarsi.
Il mattino dopo si sveglia con una strana sensazione: come aver fatto un sogno che però non è proprio un sogno. E non sa come sia tornato nel letto.
Sin dalla colazione ci sono luci e schermi accesi. Poi a scuola, per strada e a casa luci, luci e luci.
Va a dormire, che ne ha la testa piena.
A metà notte si sveglia, spalanca gli occhi e subito guarda nell’angolo.
La macchia del buio è lì, con i suoi margini un po’ tremolanti.
Mariolino, senza esitazioni, ci si tuffa.
“Mi piace il buio, lo preferisco alla luce”.
“A tanti fa paura”.
“A me no” e con queste parole chiude gli occhi e lascia vagare pensieri e ricordi e li trasforma in storie. Quando poi sente che le immagini cominciano a farsi confuse, torna a letto; prima di addormentarsi, però, si ricorda di salutare la voce gentile.
Le cose vanno avanti così per parecchio tempo.
Una notte, Mariolino sta entrando nel solito buio, ma c’è un pensiero che gli ronza in testa.
“Posso farti una domanda?”
“Certo”.
“Tu chi sei?”
Il bambino non può vedere niente, ma gli sembra di percepire un sorriso.
Nessuna risposta.
“Ho un’altra domanda: questa volta, però, rispondi”.
Silenzio.
“C’è qualcosa oltre il buio?”
“Chiudi gli occhi”.
Mariolino serra gli occhi e gli sembra di sentire un vento gentile sulla faccia.
“Tienili chiusi, siamo quasi arrivati”.
Fa fresco e si sente un buon profumo.
“Adesso aprili”.
Non è assolutamente preparato per quello che vede: sopra la sua testa c’è un cielo infinito di un nero così nero come non riesce a esserlo nessun buio. In quel nero, un numero incredibile di luci grandi, piccole, sole, riunite in gruppi, stese come un tappeto, gettate come cocci di vetro.
“Cosa sono?”
“Sono le stelle, le luci del buio”.
Le stelle sono ovunque, piccolissime, piccole, grandi, grandissime, straordinarie: al di là di ogni capacità umana di pensare.
“È meraviglioso”: è la prima cosa che Mariolino dice, sottovoce.
“È grandissimo”: è la seconda.
“È l’infinito” suggerisce la voce.
“Non potevo immaginarlo”.
“Nessuno può immaginare l’infinito: è troppo per la nostra mente. Però, chi ha visto un cielo stellato in qualche modo ha toccato l’infinto, e allora può immaginare qualsiasi cosa”.
“Questo cielo è davvero incredibile: ma dove siamo”
“Il cielo è ovunque. Se però ci sono troppe luci accese, non lo si vede. Le luci fanno vedere alcune cose, ma ne nascondono altre. Anche questa è una cosa importante da sapere”.
Ancora silenzio, occhi sgranati e bocca spalancata.
“Mi sento così piccolo. Così insignificante. Il cielo stellato è così grande”.
“È giusto che sia così: l’uomo è davvero piccolo e insignificante a confronto dell’infinito. Da sempre, sin dai tempi dei primi umani, qualcuno ha alzato la testa e si è sentito piccolo, un granellino davanti a un mare”.
“Non è bello”.
“Non ho detto che sia bello, ma è importante. Sentirsi piccolo è un’emozione potente, e poi sai a cosa serve?”
“No”.
“Serve a ricordarti che il mondo intorno a te è grandissimo e non è tutto chiuso nella tua stanza, nel tuo telefonino o nel tuo computer. Ti dice che ci sono un’infinità di cose che ti aspettano, se solo provi a cercarle”.
“Tutte queste stelle solo per ricordarmi che sono piccolino. Non è uno spreco?”
“Servono anche a farti sentire grande”.
“E come?”
“Come ha sempre fatto l’uomo. Guarda le stelle e poi scegline una che ti piace”.
“Quella?”
“Quella va bene. Adesso uniscila con la fantasia a un’altra, come se avessi una matita. Poi a un’altra e così via. Prova a disegnare in mezzo a tutte queste stelle”.
“È difficile, sono così tante”.
“Sono tante perché devono poter contenere tutti i disegni di chiunque le guardi”.
“Quelle sembrano una croce, vero?”
“Puoi fare di meglio”.
“Quelle formano una barca… Quelle quattro formano un arco e davanti quelle tre sono una freccia che vola”.
Silenzio.
“Là in fondo c’è la testa di un cane… E quella è un’onda grandissima… Una torre… E quello è il volto di una mamma”.
“Vedi, sei così grande che stai mettendo a posto tutto il cielo”.
Così Mariolino è tornato alla vita di tutti i giorni; in apparenza un bambino come gli altri, ma con una stella sulla testa, una stella che vede solo lui.
Grazie a quella stella può sentirsi piccolo come un granello di sabbia davanti a un mare, per ricordarsi di quante cose ci sono al mondo che aspettano solo di essere scoperte.
Ma sa anche di essere grande: un gigante che può usare l’intero cielo come lavagna per far galoppare la sua fantasia e che non può essere rinchiuso fra quattro mura o dentro uno schermo.