“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

Social Media

Noi, Orione, il Toro e il Mare

di Gabriel Colombo

“Guarda lassù” disse la mamma. “Lo vedi? È Orione, il cacciatore ”.

La bambina sollevò il viso. “Quelle stelle in fila?”

Una brezza leggera le muoveva i capelli come fili d’erba stanchi. L’aria, fresca e pungente, arrossava le guance della madre, che con un gesto dolce sistemò un lenzuolino sulle spalle della piccola.

“Quelle stelle in fila?” ripeté la bambina, vedendo che la mamma sembrava distratta.

“Sì” rispose la donna, tornando a sorridere. “Dicevano che Orione vegliasse sui viandanti del deserto. Ha una cintura che tiene insieme il coraggio quando tutto intorno si slega. È per questo che brilla così forte ”.

“E chi gliel’ha data?” chiese la bambina.

“Vedi, tesoro… non fu sempre così. Il cacciatore, molte stelle fa, era un seminatore. Amava piantare semi e aspettare che qualcosa nascesse. Ma la terra cominciò ad ammalarsi e non dava più frutti . Così, per sfamare i suoi piccoli, dovette imparare a cacciare. La caccia però lo spaventava — gli animali del cielo possono fare molta paura — e allora chiese alla figlia più piccola di intrecciargli una cintura di margherite e fieno. Ogni volta che avesse avuto paura, avrebbe guardato quella cintura e ricordato per chi stava lottando. Quelle tre stelle che vedi in fila sono le sue margherite e ci ricordano che, a volte, siamo costretti ad avere coraggio ”.

“E se si spegne?” domandò la bambina.

“Allora restano le altre” rispose la mamma. Una brezza lieve passò tra loro. La madre aggiustò la coperta sulle spalle della figlia. “Ascolta” disse piano “essere forti non vuol dire non tremare, ma non smettere di guardare in alto. Anche quando fa buio”.

La bambina ammiccò, sorpresa. Un rumore scricchiolò poco distante, come una foglia secca che si sposta da sola. “Cos’è?” chiese.

“È il vento che gioca a spaventarci” disse la mamma, con voce profonda e scherzosamente spaventosa. Il ronzio di qualcosa lontano si mescolava all’odore di terra bagnata e polvere. Restarono in silenzio per un po’. Il ritmo della notte era un ticchettio sottile come la rugiada che cade da una foglia su un sasso. “Tesoro ” disse , “non ti addormentare o ci perderemo qualche stella ”.

La bambina indicò un’altra costellazione : “E quello cos’è?”

“Il Toro” rispose la mamma. “Un animale antico, forte e impaziente. Stelle fa correva nei cieli, finché non si innamorò. Non di un amore travolgente, ma di un amore stanco. Vide una stella tramontare, e quel rosso quietò il suo cuore. Capì che correre ti fa vedere tanti luoghi, ma te ne fa vivere pochi. Così si fermò, per guardarla ogni notte — rossa la sera, azzurra al mattino — e così sarà finché le loro luci non si stancheranno di brillare. Dicono che un tempo fece tremare la terra ma che da allora regge il cielo con le corna, così da impedire che ci cada addosso ”.

“E come fa a non stancarsi?” domandò la piccola.

“Ha imparato a respirare piano” disse la mamma.

Un altro fruscio, più lontano. “Mamma, fa un po’ freddo ”.

“Vieni qua.”

La coperta profumava di fumo e di sole vecchio, come le cose che hanno viaggiato tanto.

“E quella catena di stelle là in alto?”

“Andromeda” rispose la mamma. “La figlia del Re. Come tante figlie di re, aveva molti privilegi ma anche tanti obblighi. Suo padre voleva che diventasse una condottiera, lei invece amava dipingere. Cercò in tutti i modi di fargli capire che non poteva essere ciò che lui voleva, ma non ci riuscì. Un giorno, furente, il Re la fece legare a uno scoglio finché non avesse cambiato idea. Il mare, però, che l’aveva osservata tante volte, si era innamorato di lei. Qualcuno finalmente lo ascoltava, lo guardava, lo voleva. Così decise di liberarla. Quando il Re lo scoprì, li cercò ovunque, così i due fuggirono in cielo. Da allora brillano insieme per ricordarci che l’amore, a volte, può spezzare anche una catena ”.

La bambina rimase a guardare, come se potesse toccarla con un dito. “Mi piacerebbe conoscerla ”.

“Un giorno, forse, lo farai. Ma per ora basta guardarla, no?”

Passò un tempo senza minuti. Il buio divenne più denso, ma non triste. La bambina appoggiò la testa sul braccio della mamma. “Perché le stelle non cadono mai?”

“Perché sanno che qualcuno le guarda” rispose la mamma. “E quando qualcuno ti guarda, non puoi fare figuracce ”.

La bambina rise piano. Si sentiva il battito del cuore della madre, lento e rassicurante. C’era qualcosa di malinconico: le crepe nel muro, la luce della luna sulle scarpe poggiate a terra, il giocattolo rovesciato. La madre guardava l’orizzonte come se aspettasse qualcuno. Ma non c’era nessuno. Erano loro due sole, in mezzo al nulla. Forse quella che brillava negli occhi della madre era l’attesa di qualcosa che c’era già stato.

Una goccia cadde sulla guancia della bambina. Lei si riscosse. “Piove?”

“Solo un po’. Ma non ti preoccupare, siamo a prova di temporale” disse la mamma, ammiccando con complicità. Con una mano prese ciò che restava di un piccolo tavolino, con l’altra una coperta e costruì una tenda simile a quelle degli indiani, come quando si giocava in salotto. Restarono così, avvolte nel rumore sottile della pioggia e dei pensieri. Poi la mamma tornò a parlare.

“Sai, Orione, il Toro, Andromeda e il Mare sono amici. Si tengono compagnia quando noi dormiamo. Per paura di essere dimenticato, ognuno racconta la propria storia. A volte si ripetono, come i nonni quando ti raccontano sempre le stesse cose. Ma a loro piace: gli ricorda chi sono, e così si sentono meno sconfitti.

A volte il cielo sa essere scomodo, sai?

Per questo, piccola mia, non dimenticare mai quanto è bello ciò che ci circonda, anche quando è brutto. Il cielo che tutti ammiriamo, per qualcuno, è stato solo un piano B.

Ma io sono sicura – disse la madre – che tu saprai brillare da quaggiù. Diventerai una pittrice, o una cacciatrice, o magari un Toro tutto sporco e super ciccione ”.

La piccola scoppiò a ridere. La mamma proseguì, divertita: “Sarai così preziosa che le stelle vorranno cadere per incontrarti. Le tue guance rosa diventeranno così grandi da spuntare tra le nuvole!”

La bambina rise di nuovo, e quel suono squarciò la notte in due. Guardava la mamma con ammirazione, come a volerla imitare. “Tu sei una stella” disse piano.

La mamma rise : “E come potrei esserlo, se sono piena di acqua e fango?”

“Ma sì che lo sei!” insistette la bimba. “Se fossi una stella, quale saresti?”

La madre sorrise : “Quella che ti racconta le storie finché non ti addormenti.”

Il silenzio si allargò intorno a loro. Solo il ticchettio di un vecchio orologio continuava, come se il cielo battesse le dita per tenerle sveglie ancora un po’. La bambina chiuse gli occhi. La mamma la strinse piano, e il suo respiro si mescolò a quello della notte. Un ultimo soffio attraversò lo spazio sopra di loro, come a spazzare via i piccoli puntini del cielo. Le stelle sembravano più lontane, come se anche loro avessero smesso di ascoltare. In quel momento la mamma si lasciò attraversare dai ricordi. Le tornò alla mente quel ragazzo conosciuto al liceo, le gite in bicicletta, gli abbracci stretti. Rivide le tende azzurre che avevano scelto insieme, e nella stanchezza della notte risentì il profumo della vernice fresca di quando avevano ridipinto gli infissi.

Rimase così per qualche minuto, sospesa tra ciò che era stato e ciò che avrebbe voluto.

Poi, lentamente, gli occhi si chiusero — e con un ultimo, piccolo desiderio che le sfiorò lo stomaco, si addormentò pensando che forse, quella notte, più che un cielo, sopra la testa, avrebbe preferito un lampadario.

0

Share

Noi, Orione, il Toro e il Mare

di Gabriel Colombo

“Guarda lassù” disse la mamma. “Lo vedi? È Orione, il cacciatore ”.

La bambina sollevò il viso. “Quelle stelle in fila?”

Una brezza leggera le muoveva i capelli come fili d’erba stanchi. L’aria, fresca e pungente, arrossava le guance della madre, che con un gesto dolce sistemò un lenzuolino sulle spalle della piccola.

“Quelle stelle in fila?” ripeté la bambina, vedendo che la mamma sembrava distratta.

“Sì” rispose la donna, tornando a sorridere. “Dicevano che Orione vegliasse sui viandanti del deserto. Ha una cintura che tiene insieme il coraggio quando tutto intorno si slega. È per questo che brilla così forte ”.

“E chi gliel’ha data?” chiese la bambina.

“Vedi, tesoro… non fu sempre così. Il cacciatore, molte stelle fa, era un seminatore. Amava piantare semi e aspettare che qualcosa nascesse. Ma la terra cominciò ad ammalarsi e non dava più frutti . Così, per sfamare i suoi piccoli, dovette imparare a cacciare. La caccia però lo spaventava — gli animali del cielo possono fare molta paura — e allora chiese alla figlia più piccola di intrecciargli una cintura di margherite e fieno. Ogni volta che avesse avuto paura, avrebbe guardato quella cintura e ricordato per chi stava lottando. Quelle tre stelle che vedi in fila sono le sue margherite e ci ricordano che, a volte, siamo costretti ad avere coraggio ”.

“E se si spegne?” domandò la bambina.

“Allora restano le altre” rispose la mamma. Una brezza lieve passò tra loro. La madre aggiustò la coperta sulle spalle della figlia. “Ascolta” disse piano “essere forti non vuol dire non tremare, ma non smettere di guardare in alto. Anche quando fa buio”.

La bambina ammiccò, sorpresa. Un rumore scricchiolò poco distante, come una foglia secca che si sposta da sola. “Cos’è?” chiese.

“È il vento che gioca a spaventarci” disse la mamma, con voce profonda e scherzosamente spaventosa. Il ronzio di qualcosa lontano si mescolava all’odore di terra bagnata e polvere. Restarono in silenzio per un po’. Il ritmo della notte era un ticchettio sottile come la rugiada che cade da una foglia su un sasso. “Tesoro ” disse , “non ti addormentare o ci perderemo qualche stella ”.

La bambina indicò un’altra costellazione : “E quello cos’è?”

“Il Toro” rispose la mamma. “Un animale antico, forte e impaziente. Stelle fa correva nei cieli, finché non si innamorò. Non di un amore travolgente, ma di un amore stanco. Vide una stella tramontare, e quel rosso quietò il suo cuore. Capì che correre ti fa vedere tanti luoghi, ma te ne fa vivere pochi. Così si fermò, per guardarla ogni notte — rossa la sera, azzurra al mattino — e così sarà finché le loro luci non si stancheranno di brillare. Dicono che un tempo fece tremare la terra ma che da allora regge il cielo con le corna, così da impedire che ci cada addosso ”.

“E come fa a non stancarsi?” domandò la piccola.

“Ha imparato a respirare piano” disse la mamma.

Un altro fruscio, più lontano. “Mamma, fa un po’ freddo ”.

“Vieni qua.”

La coperta profumava di fumo e di sole vecchio, come le cose che hanno viaggiato tanto.

“E quella catena di stelle là in alto?”

“Andromeda” rispose la mamma. “La figlia del Re. Come tante figlie di re, aveva molti privilegi ma anche tanti obblighi. Suo padre voleva che diventasse una condottiera, lei invece amava dipingere. Cercò in tutti i modi di fargli capire che non poteva essere ciò che lui voleva, ma non ci riuscì. Un giorno, furente, il Re la fece legare a uno scoglio finché non avesse cambiato idea. Il mare, però, che l’aveva osservata tante volte, si era innamorato di lei. Qualcuno finalmente lo ascoltava, lo guardava, lo voleva. Così decise di liberarla. Quando il Re lo scoprì, li cercò ovunque, così i due fuggirono in cielo. Da allora brillano insieme per ricordarci che l’amore, a volte, può spezzare anche una catena ”.

La bambina rimase a guardare, come se potesse toccarla con un dito. “Mi piacerebbe conoscerla ”.

“Un giorno, forse, lo farai. Ma per ora basta guardarla, no?”

Passò un tempo senza minuti. Il buio divenne più denso, ma non triste. La bambina appoggiò la testa sul braccio della mamma. “Perché le stelle non cadono mai?”

“Perché sanno che qualcuno le guarda” rispose la mamma. “E quando qualcuno ti guarda, non puoi fare figuracce ”.

La bambina rise piano. Si sentiva il battito del cuore della madre, lento e rassicurante. C’era qualcosa di malinconico: le crepe nel muro, la luce della luna sulle scarpe poggiate a terra, il giocattolo rovesciato. La madre guardava l’orizzonte come se aspettasse qualcuno. Ma non c’era nessuno. Erano loro due sole, in mezzo al nulla. Forse quella che brillava negli occhi della madre era l’attesa di qualcosa che c’era già stato.

Una goccia cadde sulla guancia della bambina. Lei si riscosse. “Piove?”

“Solo un po’. Ma non ti preoccupare, siamo a prova di temporale” disse la mamma, ammiccando con complicità. Con una mano prese ciò che restava di un piccolo tavolino, con l’altra una coperta e costruì una tenda simile a quelle degli indiani, come quando si giocava in salotto. Restarono così, avvolte nel rumore sottile della pioggia e dei pensieri. Poi la mamma tornò a parlare.

“Sai, Orione, il Toro, Andromeda e il Mare sono amici. Si tengono compagnia quando noi dormiamo. Per paura di essere dimenticato, ognuno racconta la propria storia. A volte si ripetono, come i nonni quando ti raccontano sempre le stesse cose. Ma a loro piace: gli ricorda chi sono, e così si sentono meno sconfitti.

A volte il cielo sa essere scomodo, sai?

Per questo, piccola mia, non dimenticare mai quanto è bello ciò che ci circonda, anche quando è brutto. Il cielo che tutti ammiriamo, per qualcuno, è stato solo un piano B.

Ma io sono sicura – disse la madre – che tu saprai brillare da quaggiù. Diventerai una pittrice, o una cacciatrice, o magari un Toro tutto sporco e super ciccione ”.

La piccola scoppiò a ridere. La mamma proseguì, divertita: “Sarai così preziosa che le stelle vorranno cadere per incontrarti. Le tue guance rosa diventeranno così grandi da spuntare tra le nuvole!”

La bambina rise di nuovo, e quel suono squarciò la notte in due. Guardava la mamma con ammirazione, come a volerla imitare. “Tu sei una stella” disse piano.

La mamma rise : “E come potrei esserlo, se sono piena di acqua e fango?”

“Ma sì che lo sei!” insistette la bimba. “Se fossi una stella, quale saresti?”

La madre sorrise : “Quella che ti racconta le storie finché non ti addormenti.”

Il silenzio si allargò intorno a loro. Solo il ticchettio di un vecchio orologio continuava, come se il cielo battesse le dita per tenerle sveglie ancora un po’. La bambina chiuse gli occhi. La mamma la strinse piano, e il suo respiro si mescolò a quello della notte. Un ultimo soffio attraversò lo spazio sopra di loro, come a spazzare via i piccoli puntini del cielo. Le stelle sembravano più lontane, come se anche loro avessero smesso di ascoltare. In quel momento la mamma si lasciò attraversare dai ricordi. Le tornò alla mente quel ragazzo conosciuto al liceo, le gite in bicicletta, gli abbracci stretti. Rivide le tende azzurre che avevano scelto insieme, e nella stanchezza della notte risentì il profumo della vernice fresca di quando avevano ridipinto gli infissi.

Rimase così per qualche minuto, sospesa tra ciò che era stato e ciò che avrebbe voluto.

Poi, lentamente, gli occhi si chiusero — e con un ultimo, piccolo desiderio che le sfiorò lo stomaco, si addormentò pensando che forse, quella notte, più che un cielo, sopra la testa, avrebbe preferito un lampadario.

Tags :

Related article

advertise

You can't keep playing's like that - Final Scoring analyst.

“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

© All Rights Reserved © 2025 Costellazione