“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

Social Media

Blu come un papavero

di Francesca Negri

A Zugno il sole era sorto come ogni mattino, con poca luce e minor voglia. I muri gonfi di crepe si scambiavano occhiate rassegnate; i balconi stendevano lenzuola come bandiere di resa; i cassonetti rigurgitavano la spazzatura di settimane.

Corrado camminava verso scuola ricurvo sotto lo zaino consunto dei fratelli, eredità sudata di almeno quattro cicli di elementari. Gli occhi a terra, contava le lattine accartocciate ai lati della strada. Girato l’angolo, la signora Rosa aprì la finestra al primo piano. Vestaglione di flanella, sigaretta al labbro, gracchiò: “Vai a imparare il mondo, scienziato?” e gli sganciò la cenere in testa. Lo faceva sempre. Lo faceva apposta. “Grazie del pensiero” mormorò il ragazzo, e tirò dritto verso il parco. Disteso sulla panchina di legno marcio, lo aspettava Giampi. L’odore di vino e piscio lo precedeva da metri.

“Corrado belloooo!” lo salutò col tono di un motore ingolfato. “Hai due spicci per il tuo amico barone?”

“Non sei un barone” rispose Corrado senza rallentare.

“Lo ero” – ribatté lui – “i comunisti mi hanno strappato il titolo per invidia”.

“Ti hanno strappato anche il sapone”.

Giampi prese a insultarlo, come sempre, poi tornò a sdraiarsi, borbottando versi incomprensibili a una bottiglia vuota. Corrado proseguì, zigzagando tra pozzanghere, cartacce e un gatto che sembrava tornato da un funerale. Tutto era come sempre: grigio, tedioso, ostinatamente uguale. Quando, improvvisamente, lo vide.

Dietro il palo di un cestino sbilenco apparve qualcosa di inatteso. Una macchia azzurra, leggera. Non un graffito, non un rifiuto: un fiore! Corrado si fermò come se avesse urtato l’incredibile. Si chinò, attento a non spaventarlo, e il fiore ondeggiò lento come per salutarlo. I petali, sottili come carta di riso, lasciavano filtrare la luce in sfumature che andavano dal cobalto al turchese, con un centro sfacciatamente giallo che sembrava voler sfidare il sole. Era fragile e imperfetto, con lo stelo piegato, ma proprio per questo aveva un’aria di nobiltà spontanea, come una regina che si fosse persa in periferia.

Corrado pensò a sua madre, sempre in cucina con la televisione accesa a volume basso, il viso immobile e gli occhi stanchi come finestre chiuse. Non rideva mai, non cantava mai. Se le avesse portato quel fiore, forse sarebbe stata felice, almeno per un attimo. Allungò la mano pronto a coglierlo, poi si fermò.

C’era qualcosa in quel blu che lo bloccava. Non un divieto ma un richiamo gentile, la negazione del possesso. Corrado ritirò la mano ed estrasse il telefonino, un relitto di plastica che si accendeva solo se lo pregava con dolcezza. Lo puntò sul fiore e scattò una foto, sperando che l’immagine non venisse troppo sfocata o, peggio, nera come le altre trenta che teneva in galleria. Poi lo infilò in tasca e si incamminò verso scuola.

Tra i corridoi che puzzavano di detersivo del discount e compagni che urlavano come primati gli si fece appresso Dario, che tutti chiamavano “Daino” per via della fronte spaziosa e dello sguardo confuso. Corrado gli mostrò la foto: “Guarda cos’ho trovato stamattina”. Il compagno scrollò le spalle, nel più totale disinteresse: era immune a ogni forma di realtà che non contenesse un pallone.

La prima ora aveva inglese. Entrò la professoressa Di Lieto, che tutti chiamavano Miss Honey per unanime consenso scolastico. Aveva lo stesso sorriso dolce del personaggio di Roald Dahl, gli occhiali tondi che le davano un’aria da fata bibliotecaria. Portava maglioni color pastello e una collana con un ciondolo a forma di foglia. Non a caso, oltre a insegnare inglese, era la presidentessa del circolo di Legambiente del quartiere. Quella mattina aveva portato un libro di Matilde in lingua originale e leggeva con entusiasmo un passo in cui la bambina scopre che la gentilezza può essere una forza. Corrado la ascoltava distrattamente, ma il fiore blu gli pulsava in testa come una canzone che non si riesce a dimenticare. A fine della lezione andò da lei.

“Prof, posso farle vedere una cosa?”

“Certo, Corrado. Cos’è?”

Lui le mostrò il telefono. L’immagine era sfocata, ma il blu del fiore spiccava sul grigio dello sfondo. Miss Honey sgranò gli occhi dietro le lenti. “My goodness, Corrado, l’hai fatta tu?”

“Sì, l’ho trovato stamattina vicino al parcheggio”. 

“È un papavero blu, Corrado, praticamente impossibile che possa crescere in Italia. Sei sicuro che è tua questa foto? Non l’hai presa da qualche parte?”

Corrado si risentì della scarsa fiducia. Va bene che aveva undici anni, ma scemo non era. Men che meno bugiardo. 

“Se non ci crede, può venire a vederlo coi suoi occhi!”

“Certo Corrado, dopo scuola mi porti?”

“Va bene, prof” disse, e per la prima volta sentì che stava succedendo qualcosa che non aveva a che fare con la noia o con la tristezza. Accadeva qualcosa di vivo, di straordinario. Qualcosa di blu.

Alle 14 in punto i due arrivarono al parcheggio. Il fiore era ancora lì, spavaldo e sereno, come se nulla potesse turbare la sua improbabile esistenza. La professoressa si inginocchiò, posò la borsa per terra e tirò fuori gli occhiali come una botanica d’altri tempi. “È proprio un Meconopsis betonicifolia… un papavero blu dell’Himalaya” mormorò incredula.

“Himalaya? – fece Corrado – ma qui al massimo c’è la collina della discarica”.

Lei sorrise, con gli occhi sgranati come davanti a un miracolo: “È impossibile. Non può crescere qui. Eppure… eccolo”.

Per un attimo restarono in silenzio. Il fiore ondeggiava, compiaciuto del proprio mistero.

“Dobbiamo proteggerlo – disse lei – ma senza togliergli luce, altrimenti morirà”.

Corrado propose un sistema di sicurezza altamente tecnologico: una bottiglia di plastica tagliata a metà e infilata sullo stelo, con qualche buco per l’aria. Miss Honey approvò. Mentre lo coprivano con cautela, Corrado ebbe la sensazione che il fiore li stesse guardando con curiosità, come un bambino che si lascia carezzare da mani sconosciute. 

Nei giorni seguenti il segreto resistette meno di un gossip da rotocalco. Nel suo zelo ambientalista, Miss Honey ne parlò immediatamente alla riunione del circolo locale di Legambiente, qualcuno scattò una foto per “documentazione scientifica” e la foto finì sui social, poi in un forum di botanica, poi sulla pagina Sei della Brianza se… 

Nel giro di una manciata di giorni il papavero blu non fu più solo un fiore, ma divenne un simbolo di riscatto. Anzi, di resilienza – come piaceva dire a sociologi e psicologi. La stampa si scatenò. Le troupe televisive si accalcavano tra cavi e cavalletti, cercando l’angolo con la luce migliore. Persino Giampi, il barbone, posava dietro al “Miracolo Blu” fingendo di sorvegliarlo: “Lo custodisco io, il fiore del popolo” diceva. I comunisti erano tornati a stargli simpatici. 

Intanto, in Comune, il sindaco di Zugno, Alfonso Merloni, non la prese bene.

“Non bastavano i piccioni, ci mancavano pure i botanici a ingolfarmi il paese!” sentenziò con grande lungimiranza. Da anni governava con l’arte sopraffina del non far nulla e quel baccano proprio non lo sopportava. Fu il segretario comunale, il dottor Martelli, a portargli l’ennesimo articolo di giornale: “Signor sindaco, forse le conviene dare un’occhiata a questo”. Posò sul tavolo una copia del Corriere. A grandi lettere titolava: “A Zugno il fiore di De André”. Merloni aggrottò le sopracciglia: “Chi è questo De André?”

“Il cantautore, sindaco”.

“E quindi?”

Martelli sospirò e lesse ad alta voce: “D’altronde, come cantava De André, dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior”.

Il sindaco lo guardò confuso. “E quindi?”

“Dicono che Zugno è un letamaio, sindaco, che siamo la cacca dei fiori. Dei papaveri blu, in questo caso…”

Un silenzio sordo cadde nella stanza. Merloni impallidì, poi si gonfiò come un tacchino ferito. “Un letamaio Zugno? Ma come si permettono? Glielo faccio vedere io chi è Merloni e di che tempra è la gente di Zugno!”

“Che intende fare, signor sindaco?” chiese Martelli, temendo la risposta.

“Mettiamo sottosopra la città. Chiamate tutti, pure i city angels! Ci sono ancora, quelli? Rifacciamo tutto: i marciapiedi, i muri, le case. Tutto! Organizziamo la Settimana della Pulizia. Manifesti, conferenze stampa, gazebo. Voglio che la gente venga qui a vedere che bel paese abbiamo. E che bello è il fiore, il mio fiore!”

“Il nostro fiore…”

“Mio, nostro… che differenza fa?” e batté il pugno sulla scrivania, facendo sobbalzare la tazza del caffè e il busto di Garibaldi.

Nel frattempo, Corrado continuava a passare ogni giorno davanti al papavero, che ora vegetava sotto una piccola cupola di plexiglass donata da un’associazione. Nel giro di qualche settimana il paese cominciò a cambiare volto per davvero ma non tanto per Merloni: piuttosto, grazie all’impegno di tutti. Quel fiore era diventato l’orgoglio di tutti e ognuno si era messo a fare qualcosa: le strade furono ripulite, i muri ridipinti, i cassonetti svuotati (per la prima volta dal 2008, secondo alcune testimonianze). I bambini tornarono a giocare nei cortili e qualcuno, addirittura, prese l’iniziativa di piantare dei fiori veri. I bar raddoppiarono i tavolini e persino Giampi si presentò con un papillon rosso recuperato chissà dove.

Corrado osservava tutto con un misto di orgoglio e smarrimento. Gli piaceva vedere le persone sorridere, il quartiere ripulito, sua madre che finalmente accennava una risata vedendo le immagini al telegiornale. Ma qualcosa cominciava a stonare.

Ogni giorno, davanti al fiore, si accalcavano decine di persone: giornalisti, turisti, influencer, scolaresche, venditori di souvenir (“il portachiavi del papavero blu” andava a ruba). La piccola teca di plexiglass era ormai circondata da transenne, guardie e selfie stick. La gente spingeva, gridava, litigava per una foto, per un posto, per un like.

Il fiore, che all’inizio sembrava vivo e curioso, cominciò a piegarsi su sé stesso, stanco di essere ammirato. Le sue foglie si fecero più opache, i petali persero lucentezza. 

E una notte, così come era apparso, il fiore all’improvviso sparì. 

Fu il delirio. 

I cittadini dei paesi limitrofi furono i primi indiziati: “L’hanno strappato quelli di Trezzeno”, “No, quelli di Magnugo. Maledetti invidiosi!” I foresti si guardarono bene dal mettere piede a Zugno per mesi. Il sindaco convocò una conferenza stampa urgente, accusando “forze sovversive” di aver attentato al simbolo della rinascita cittadina. Miss Honey piangeva in silenzio davanti alla teca vuota. Giampi depose accanto allo stelo un bicchiere di plastica con dentro un fiore di plastica, dicendo: “Almeno questo non muore”.

E Corrado, che passava di lì ogni giorno, non riusciva più a guardare quel punto senza sentire un vuoto nello stomaco. Aveva creduto che la bellezza potesse cambiare le cose. E forse lo aveva fatto, ma solo per un attimo. Poi gli adulti, come sempre, avevano trovato il modo di rovinarla.

Guardò il cielo, dove il grigio era tornato a vincere sul blu, e pensò che il papavero, in fondo, aveva avuto ragione: la bellezza non si lascia possedere. Appare, sboccia, resiste un po’. Poi se ne va, prima che sia distrutta del tutto.

Passarono settimane, poi mesi. Il clamore del papavero blu svanì come una moda fuori stagione. I giornalisti si spostarono su nuovi miracoli, i turisti non trovarono più nulla da fotografare e le telecamere dimenticarono persino dove fosse Zugno. La teca rimase vuota, impolverata, con un cartello sbiadito: Qui nacque il papavero blu dell’Himalaya.

Corrado continuava a passarci ogni mattina. All’inizio con amarezza, poi con una calma strana, quasi affettuosa. Un giorno, guardando i rifiuti accumulati intorno alla teca, pensò che Zugno non meritasse quell’abbandono. Allora prese una scopa e cominciò a spazzare. All’inizio fu un gesto muto, quasi inutile. Ma la polvere sollevata attirò attenzioni impreviste.

Dal primo piano la signora Rosa lo guardò a lungo, sigaretta alla mano. Poi, come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, invece di buttare il mozzicone lo schiacciò nel posacenere. Il giorno dopo scese con una paletta. “Non che serva a molto, eh”, e si mise a raccogliere i mozziconi con l’aria di una generalessa in pensione. Il giorno seguente, sul suo balcone comparvero tre vasi di gerani rossi.

Anche la madre di Corrado si accorse del cambiamento. Una mattina, guardando il figlio che spazzava il cortile, si pettinò, si mise un rossetto che non usava da anni e gli disse: “Andiamo a pranzo fuori, offro io”. E fu la prima volta che Corrado la vide sorridere senza sforzo, come se anche lei, per un momento, si fosse ricordata com’era sentirsi vivi.

A poco a poco, il contagio si diffuse — non il miracolo, ma qualcosa di più raro: la buona volontà. Giampi, che aveva perso il papillon ma non la memoria del fiore, cominciò a raccogliere le bottiglie vuote del parco. “Le vendo per beneficenza” spiegava, e nessuno ebbe il coraggio di chiedergli a beneficio di chi.

Daino dipinse un murales con scritto “Bi Blu”, sbagliando l’ortografia, ma il gesto piacque lo stesso. Miss Honey organizzò un laboratorio di giardinaggio a scuola e fece piantare un’aiuola di fiori misti, “senza confini di specie né di colore”. Zugno non divenne un luogo bello, ma divenne un luogo che cercava di esserlo e già questo, in certi paesi, sa essere un miracolo.

Poi, un giorno, un’altra notizia fece il giro dei telegiornali. In un paese non troppo lontano era comparso un giglio rosso, un fiore di cui nessuno conosceva l’origine. I titoli si sprecavano: “Miracolo botanico”, “Segno dei tempi”, “La natura invoca la pace”. I commentatori si accaloravano: c’era chi vedeva nel rosso un simbolo di sangue, chi di passione, chi di rivoluzione. Altri dicevano che il giglio, fiore di purezza, stava tentando di spiegare agli uomini come convivere con la propria contraddizione: tra la guerra e la pace, tra la violenza e la cura.

A Zugno la notizia passò in sordina. Solo Corrado, guardando la televisione, sorrise piano. Pensò che forse, se c’era davvero un messaggio nei fiori, non era da cercare nei laboratori o nei giornali, ma nel modo in cui la gente, per un po’, aveva imparato a guardarsi intorno e a volersi bene. Poi spense la TV, prese la scopa e uscì nel cortile. C’era ancora da spazzare, e non c’è fiore al mondo che possa farlo da sé.

0

Share

Blu come un papavero

di Francesca Negri

A Zugno il sole era sorto come ogni mattino, con poca luce e minor voglia. I muri gonfi di crepe si scambiavano occhiate rassegnate; i balconi stendevano lenzuola come bandiere di resa; i cassonetti rigurgitavano la spazzatura di settimane.

Corrado camminava verso scuola ricurvo sotto lo zaino consunto dei fratelli, eredità sudata di almeno quattro cicli di elementari. Gli occhi a terra, contava le lattine accartocciate ai lati della strada. Girato l’angolo, la signora Rosa aprì la finestra al primo piano. Vestaglione di flanella, sigaretta al labbro, gracchiò: “Vai a imparare il mondo, scienziato?” e gli sganciò la cenere in testa. Lo faceva sempre. Lo faceva apposta. “Grazie del pensiero” mormorò il ragazzo, e tirò dritto verso il parco. Disteso sulla panchina di legno marcio, lo aspettava Giampi. L’odore di vino e piscio lo precedeva da metri.

“Corrado belloooo!” lo salutò col tono di un motore ingolfato. “Hai due spicci per il tuo amico barone?”

“Non sei un barone” rispose Corrado senza rallentare.

“Lo ero” – ribatté lui – “i comunisti mi hanno strappato il titolo per invidia”.

“Ti hanno strappato anche il sapone”.

Giampi prese a insultarlo, come sempre, poi tornò a sdraiarsi, borbottando versi incomprensibili a una bottiglia vuota. Corrado proseguì, zigzagando tra pozzanghere, cartacce e un gatto che sembrava tornato da un funerale. Tutto era come sempre: grigio, tedioso, ostinatamente uguale. Quando, improvvisamente, lo vide.

Dietro il palo di un cestino sbilenco apparve qualcosa di inatteso. Una macchia azzurra, leggera. Non un graffito, non un rifiuto: un fiore! Corrado si fermò come se avesse urtato l’incredibile. Si chinò, attento a non spaventarlo, e il fiore ondeggiò lento come per salutarlo. I petali, sottili come carta di riso, lasciavano filtrare la luce in sfumature che andavano dal cobalto al turchese, con un centro sfacciatamente giallo che sembrava voler sfidare il sole. Era fragile e imperfetto, con lo stelo piegato, ma proprio per questo aveva un’aria di nobiltà spontanea, come una regina che si fosse persa in periferia.

Corrado pensò a sua madre, sempre in cucina con la televisione accesa a volume basso, il viso immobile e gli occhi stanchi come finestre chiuse. Non rideva mai, non cantava mai. Se le avesse portato quel fiore, forse sarebbe stata felice, almeno per un attimo. Allungò la mano pronto a coglierlo, poi si fermò.

C’era qualcosa in quel blu che lo bloccava. Non un divieto ma un richiamo gentile, la negazione del possesso. Corrado ritirò la mano ed estrasse il telefonino, un relitto di plastica che si accendeva solo se lo pregava con dolcezza. Lo puntò sul fiore e scattò una foto, sperando che l’immagine non venisse troppo sfocata o, peggio, nera come le altre trenta che teneva in galleria. Poi lo infilò in tasca e si incamminò verso scuola.

Tra i corridoi che puzzavano di detersivo del discount e compagni che urlavano come primati gli si fece appresso Dario, che tutti chiamavano “Daino” per via della fronte spaziosa e dello sguardo confuso. Corrado gli mostrò la foto: “Guarda cos’ho trovato stamattina”. Il compagno scrollò le spalle, nel più totale disinteresse: era immune a ogni forma di realtà che non contenesse un pallone.

La prima ora aveva inglese. Entrò la professoressa Di Lieto, che tutti chiamavano Miss Honey per unanime consenso scolastico. Aveva lo stesso sorriso dolce del personaggio di Roald Dahl, gli occhiali tondi che le davano un’aria da fata bibliotecaria. Portava maglioni color pastello e una collana con un ciondolo a forma di foglia. Non a caso, oltre a insegnare inglese, era la presidentessa del circolo di Legambiente del quartiere. Quella mattina aveva portato un libro di Matilde in lingua originale e leggeva con entusiasmo un passo in cui la bambina scopre che la gentilezza può essere una forza. Corrado la ascoltava distrattamente, ma il fiore blu gli pulsava in testa come una canzone che non si riesce a dimenticare. A fine della lezione andò da lei.

“Prof, posso farle vedere una cosa?”

“Certo, Corrado. Cos’è?”

Lui le mostrò il telefono. L’immagine era sfocata, ma il blu del fiore spiccava sul grigio dello sfondo. Miss Honey sgranò gli occhi dietro le lenti. “My goodness, Corrado, l’hai fatta tu?”

“Sì, l’ho trovato stamattina vicino al parcheggio”. 

“È un papavero blu, Corrado, praticamente impossibile che possa crescere in Italia. Sei sicuro che è tua questa foto? Non l’hai presa da qualche parte?”

Corrado si risentì della scarsa fiducia. Va bene che aveva undici anni, ma scemo non era. Men che meno bugiardo. 

“Se non ci crede, può venire a vederlo coi suoi occhi!”

“Certo Corrado, dopo scuola mi porti?”

“Va bene, prof” disse, e per la prima volta sentì che stava succedendo qualcosa che non aveva a che fare con la noia o con la tristezza. Accadeva qualcosa di vivo, di straordinario. Qualcosa di blu.

Alle 14 in punto i due arrivarono al parcheggio. Il fiore era ancora lì, spavaldo e sereno, come se nulla potesse turbare la sua improbabile esistenza. La professoressa si inginocchiò, posò la borsa per terra e tirò fuori gli occhiali come una botanica d’altri tempi. “È proprio un Meconopsis betonicifolia… un papavero blu dell’Himalaya” mormorò incredula.

“Himalaya? – fece Corrado – ma qui al massimo c’è la collina della discarica”.

Lei sorrise, con gli occhi sgranati come davanti a un miracolo: “È impossibile. Non può crescere qui. Eppure… eccolo”.

Per un attimo restarono in silenzio. Il fiore ondeggiava, compiaciuto del proprio mistero.

“Dobbiamo proteggerlo – disse lei – ma senza togliergli luce, altrimenti morirà”.

Corrado propose un sistema di sicurezza altamente tecnologico: una bottiglia di plastica tagliata a metà e infilata sullo stelo, con qualche buco per l’aria. Miss Honey approvò. Mentre lo coprivano con cautela, Corrado ebbe la sensazione che il fiore li stesse guardando con curiosità, come un bambino che si lascia carezzare da mani sconosciute. 

Nei giorni seguenti il segreto resistette meno di un gossip da rotocalco. Nel suo zelo ambientalista, Miss Honey ne parlò immediatamente alla riunione del circolo locale di Legambiente, qualcuno scattò una foto per “documentazione scientifica” e la foto finì sui social, poi in un forum di botanica, poi sulla pagina Sei della Brianza se… 

Nel giro di una manciata di giorni il papavero blu non fu più solo un fiore, ma divenne un simbolo di riscatto. Anzi, di resilienza – come piaceva dire a sociologi e psicologi. La stampa si scatenò. Le troupe televisive si accalcavano tra cavi e cavalletti, cercando l’angolo con la luce migliore. Persino Giampi, il barbone, posava dietro al “Miracolo Blu” fingendo di sorvegliarlo: “Lo custodisco io, il fiore del popolo” diceva. I comunisti erano tornati a stargli simpatici. 

Intanto, in Comune, il sindaco di Zugno, Alfonso Merloni, non la prese bene.

“Non bastavano i piccioni, ci mancavano pure i botanici a ingolfarmi il paese!” sentenziò con grande lungimiranza. Da anni governava con l’arte sopraffina del non far nulla e quel baccano proprio non lo sopportava. Fu il segretario comunale, il dottor Martelli, a portargli l’ennesimo articolo di giornale: “Signor sindaco, forse le conviene dare un’occhiata a questo”. Posò sul tavolo una copia del Corriere. A grandi lettere titolava: “A Zugno il fiore di De André”. Merloni aggrottò le sopracciglia: “Chi è questo De André?”

“Il cantautore, sindaco”.

“E quindi?”

Martelli sospirò e lesse ad alta voce: “D’altronde, come cantava De André, dai diamanti non nasce nulla, dal letame nascono i fior”.

Il sindaco lo guardò confuso. “E quindi?”

“Dicono che Zugno è un letamaio, sindaco, che siamo la cacca dei fiori. Dei papaveri blu, in questo caso…”

Un silenzio sordo cadde nella stanza. Merloni impallidì, poi si gonfiò come un tacchino ferito. “Un letamaio Zugno? Ma come si permettono? Glielo faccio vedere io chi è Merloni e di che tempra è la gente di Zugno!”

“Che intende fare, signor sindaco?” chiese Martelli, temendo la risposta.

“Mettiamo sottosopra la città. Chiamate tutti, pure i city angels! Ci sono ancora, quelli? Rifacciamo tutto: i marciapiedi, i muri, le case. Tutto! Organizziamo la Settimana della Pulizia. Manifesti, conferenze stampa, gazebo. Voglio che la gente venga qui a vedere che bel paese abbiamo. E che bello è il fiore, il mio fiore!”

“Il nostro fiore…”

“Mio, nostro… che differenza fa?” e batté il pugno sulla scrivania, facendo sobbalzare la tazza del caffè e il busto di Garibaldi.

Nel frattempo, Corrado continuava a passare ogni giorno davanti al papavero, che ora vegetava sotto una piccola cupola di plexiglass donata da un’associazione. Nel giro di qualche settimana il paese cominciò a cambiare volto per davvero ma non tanto per Merloni: piuttosto, grazie all’impegno di tutti. Quel fiore era diventato l’orgoglio di tutti e ognuno si era messo a fare qualcosa: le strade furono ripulite, i muri ridipinti, i cassonetti svuotati (per la prima volta dal 2008, secondo alcune testimonianze). I bambini tornarono a giocare nei cortili e qualcuno, addirittura, prese l’iniziativa di piantare dei fiori veri. I bar raddoppiarono i tavolini e persino Giampi si presentò con un papillon rosso recuperato chissà dove.

Corrado osservava tutto con un misto di orgoglio e smarrimento. Gli piaceva vedere le persone sorridere, il quartiere ripulito, sua madre che finalmente accennava una risata vedendo le immagini al telegiornale. Ma qualcosa cominciava a stonare.

Ogni giorno, davanti al fiore, si accalcavano decine di persone: giornalisti, turisti, influencer, scolaresche, venditori di souvenir (“il portachiavi del papavero blu” andava a ruba). La piccola teca di plexiglass era ormai circondata da transenne, guardie e selfie stick. La gente spingeva, gridava, litigava per una foto, per un posto, per un like.

Il fiore, che all’inizio sembrava vivo e curioso, cominciò a piegarsi su sé stesso, stanco di essere ammirato. Le sue foglie si fecero più opache, i petali persero lucentezza. 

E una notte, così come era apparso, il fiore all’improvviso sparì. 

Fu il delirio. 

I cittadini dei paesi limitrofi furono i primi indiziati: “L’hanno strappato quelli di Trezzeno”, “No, quelli di Magnugo. Maledetti invidiosi!” I foresti si guardarono bene dal mettere piede a Zugno per mesi. Il sindaco convocò una conferenza stampa urgente, accusando “forze sovversive” di aver attentato al simbolo della rinascita cittadina. Miss Honey piangeva in silenzio davanti alla teca vuota. Giampi depose accanto allo stelo un bicchiere di plastica con dentro un fiore di plastica, dicendo: “Almeno questo non muore”.

E Corrado, che passava di lì ogni giorno, non riusciva più a guardare quel punto senza sentire un vuoto nello stomaco. Aveva creduto che la bellezza potesse cambiare le cose. E forse lo aveva fatto, ma solo per un attimo. Poi gli adulti, come sempre, avevano trovato il modo di rovinarla.

Guardò il cielo, dove il grigio era tornato a vincere sul blu, e pensò che il papavero, in fondo, aveva avuto ragione: la bellezza non si lascia possedere. Appare, sboccia, resiste un po’. Poi se ne va, prima che sia distrutta del tutto.

Passarono settimane, poi mesi. Il clamore del papavero blu svanì come una moda fuori stagione. I giornalisti si spostarono su nuovi miracoli, i turisti non trovarono più nulla da fotografare e le telecamere dimenticarono persino dove fosse Zugno. La teca rimase vuota, impolverata, con un cartello sbiadito: Qui nacque il papavero blu dell’Himalaya.

Corrado continuava a passarci ogni mattina. All’inizio con amarezza, poi con una calma strana, quasi affettuosa. Un giorno, guardando i rifiuti accumulati intorno alla teca, pensò che Zugno non meritasse quell’abbandono. Allora prese una scopa e cominciò a spazzare. All’inizio fu un gesto muto, quasi inutile. Ma la polvere sollevata attirò attenzioni impreviste.

Dal primo piano la signora Rosa lo guardò a lungo, sigaretta alla mano. Poi, come se qualcosa dentro di lei si fosse incrinato, invece di buttare il mozzicone lo schiacciò nel posacenere. Il giorno dopo scese con una paletta. “Non che serva a molto, eh”, e si mise a raccogliere i mozziconi con l’aria di una generalessa in pensione. Il giorno seguente, sul suo balcone comparvero tre vasi di gerani rossi.

Anche la madre di Corrado si accorse del cambiamento. Una mattina, guardando il figlio che spazzava il cortile, si pettinò, si mise un rossetto che non usava da anni e gli disse: “Andiamo a pranzo fuori, offro io”. E fu la prima volta che Corrado la vide sorridere senza sforzo, come se anche lei, per un momento, si fosse ricordata com’era sentirsi vivi.

A poco a poco, il contagio si diffuse — non il miracolo, ma qualcosa di più raro: la buona volontà. Giampi, che aveva perso il papillon ma non la memoria del fiore, cominciò a raccogliere le bottiglie vuote del parco. “Le vendo per beneficenza” spiegava, e nessuno ebbe il coraggio di chiedergli a beneficio di chi.

Daino dipinse un murales con scritto “Bi Blu”, sbagliando l’ortografia, ma il gesto piacque lo stesso. Miss Honey organizzò un laboratorio di giardinaggio a scuola e fece piantare un’aiuola di fiori misti, “senza confini di specie né di colore”. Zugno non divenne un luogo bello, ma divenne un luogo che cercava di esserlo e già questo, in certi paesi, sa essere un miracolo.

Poi, un giorno, un’altra notizia fece il giro dei telegiornali. In un paese non troppo lontano era comparso un giglio rosso, un fiore di cui nessuno conosceva l’origine. I titoli si sprecavano: “Miracolo botanico”, “Segno dei tempi”, “La natura invoca la pace”. I commentatori si accaloravano: c’era chi vedeva nel rosso un simbolo di sangue, chi di passione, chi di rivoluzione. Altri dicevano che il giglio, fiore di purezza, stava tentando di spiegare agli uomini come convivere con la propria contraddizione: tra la guerra e la pace, tra la violenza e la cura.

A Zugno la notizia passò in sordina. Solo Corrado, guardando la televisione, sorrise piano. Pensò che forse, se c’era davvero un messaggio nei fiori, non era da cercare nei laboratori o nei giornali, ma nel modo in cui la gente, per un po’, aveva imparato a guardarsi intorno e a volersi bene. Poi spense la TV, prese la scopa e uscì nel cortile. C’era ancora da spazzare, e non c’è fiore al mondo che possa farlo da sé.

Tags :

Related article

advertise

You can't keep playing's like that - Final Scoring analyst.

“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

© All Rights Reserved © 2025 Costellazione