“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

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Magali

di Ancilla Oggioni

Non sapeva dire quando li aveva visti per la prima volta.

Ricordava solo un tenue e malinconico richiamo: “Magalì… Ma-ga-lì…”

Era irresistibile, dolce e oscuro, lo sentiva provenire dalle profondità di un angolo della stanza, quella enorme stanza, o almeno così le sembrava allora, lei piccola, la più piccola; quella grande stanza con alte finestre e tanti letti in fila, letti d’infanzia e di sorelle.

Poi cominciò a vedere qualcosa, quando tutte ormai dormivano profondamente. Nei primi sonni il solito richiamo: “Magalì…”, deciso ma soave; apriva gli occhi nel buio intenso dell’alto soffitto e lì, davanti a lei, le sembrava di vedere un viso. Un uomo indiano, indiano d’America, capelli neri corvini, occhi lucenti, una mezza codina che ricadeva lungo l’orecchio destro, un ciondolo d’ambra sul collo taurino. Non le faceva paura, i suoi occhi erano dolci, ogni notte le parlava, e le sue parole cullavano le palpebre di Magalì fino al sonno profondo. Al risveglio ricordava solo quel viso amico, ma nessuna parola.

Nella grande casa, un lungo corridoio, o almeno così le sembrava allora, portava fino a luoghi che ancora oggi non saprebbe dire se facessero parte della casa, come se al di là dell’ultimo muro dell’ultima stanza si aprisse un varco misterioso, una porta invisibile e nebulosa che l’avrebbe portata altrove, ne era sicura. Un richiamo anche quello, una calamita sottile, un istinto curioso e quasi febbrile a varcare quella soglia.

Mai però si avventurò oltre l’ultimo buio, come a preservarne il mistero. Lo guardava dall’altro lato del corridoio sperando che il suo amico indiano spuntasse ad accompagnarla ma, dopo qualche attimo di occhioni aperti all’evento, rilassava il petto e se ne andava.

Poi quella magica ed eterna casa fu troppo vecchia per accogliere l’adolescenza di tante sorelle e fu demolita restando per sempre un mistero. Anche l’indiano d’America si trasferì chissà dove.

Tutto cambiò per Magalì. Passarono molti anni, la tumultuosa adolescenza si portò via ogni barlume visionario, il sottile richiamo del suo nome si spense, la curiosità innocente e pura dei suoi occhi grandi divenne ricerca smodata di realtà.

Le cose presero il sopravvento! Niente più le sembrava che apparisse diverso, tutto era! E lo era per tutti.

Anni e anni molto diversi, nuove città, nuove case, desideri di vita, pensieri rivolti solo al futuro, a costruire senza voltarsi indietro, passi sempre più lunghi, veloci, fronte dritta, amori lavori trasferimenti, idee precise ma fumi nel cervello.

Fino al giorno in cui, inaspettatamente, o così le sembrò allora, un sospiro nel buio… sussulto nello stomaco, apnea, orecchie tese, battiti forti nella gola, è qui…

Ma-ga-lì… cos’è questa voce… la riconosco ma non so cosa sia… Ma-ga-lì… sono io, sono Magalì… dove sei?… Magalì… eccomi, sono qui, davvero sono qui? Chi? Quella voce… dagli occhi grosse copiose lacrime di stupore… mi hai ritrovato… e sei sempre stata qui… la sensazione infinita e semplice di un velo che si scosta, un fumo che svanisce, immagine chiara, di Magalì. Dove sono stata tutto questo tempo.

 

Riascoltare il richiamo comportò non poche faccende.

Magalì non pensava di essere pronta, non sapeva nemmeno che cosa l’aspettasse, ma percepiva qualcosa di grosso, da tenersi per sé, racconto per pochi.

Ora quel varco era aperto, qualsiasi cosa questo potesse dire.

Aveva risposto e doveva continuare a farlo, a Vedere, a Sentire, a Percepire.

Prima nel sonno, come quando era bambina, ma non erano più visi amici come l’indiano, bensì volti corpi visioni strane, paurose che – sentiva – la risucchiavano, chiedevano, la fissavano.

E poi un fuoco, improvviso, nella sua stanza, segni sempre più evidenti e irrinunciabili. Immagini fugaci, nell’ombra, passaggi, bisbiglii, attenzione dalle spalle, sensazioni nitide di essere guardata ascoltata controllata, dagli angoli dei muri, le porte delle stanze. Se un tempo avrebbe potuto pensare a elfi o folletti e gioirne, divertirsi, nascondersi quando li sentiva nei boschi, quando giocavano con lei ad apparire e sparire e lei rideva e si riempiva di vita, immaginaria o no, era vita che le pulsava dentro e poteva uscire perché era parte della sua innocenza di fanciulla; se un tempo poteva essere bimba e libera di giocare, ora sentiva che quelle ombre le chiedevano di guardare oltre e vedere.

Doveva sapere. Da anni non pensava al viso indiano di cui non aveva mai sentito le parole. Ora voleva ascoltarle.

Andò da chi poteva aiutarla. Per prima cosa il fuoco nella sua stanza era un segno chiaro: sono qui! I suoi primi riti sciamanici – scoprì tanti anni dopo il loro nome e significato – iniziarono da quelle fiamme. Fece benedire una candela bianca e tutte le sere la accese nel punto dove, inspiegabilmente, aveva preso fuoco la sua toeletta; parlò con quel tenue fascio di luce verso il cielo: “Ecco, ho ascoltato il tuo richiamo, so che questo non è il tuo posto ma è semplice la via, calda e amorevole: segui la luce, ti stanno aspettando”. A volte spegneva la candela per andare a dormire e quella si riaccendeva, altre volte si svegliava nella notte e un alone arancione e giallo copriva tutto il soffitto, l’ultima notte tra le palpebre le parve di vedere un paio di ali e finalmente sentì nell’aria che il percorso era compiuto.

Fu solo l’inizio di una lunga, lunghissima sequela di richiami e visioni, ma in pieno giorno, sempre più corpi nitidi, seduti sulle scale in ascolto, di passaggio da una stanza all’altra come per salutare, e nel sonno voci sempre più disperate, volti sconvolti, si risvegliava sudata e tremante, ma la parola era inequivocabile: aiuto!

E Magalì li aiutò, tutti, uno per uno. Escogitò nuovi modi, imparò molti riti provenienti dal sapere ancestrale e dolce delle sciamane Shipibo dell’Amazzonia, si circondò di amuleti e protezioni, si costruì oggetti sacri per connettersi sempre più velocemente con quella parte dell’anima che era chiamata al soccorso. Si ricordò dell’indiano d’America e capì che allora era troppo presto per sentire e agire, ma lui, il suo amico, era venuto per riconoscerla e riconoscersi: tu sei Magalì.

Ora lo sapeva e non aveva più paura, era gioia piena quella che provava, gratitudine verso la vita e la morte, che è sempre vita.

Non smise mai di essere Magalì, sempre pronta a percepire un sussurro, nel corpo o nella voce, sempre docile nel ritirarsi nello spazio sacro che si era costruita, i quattro Arcangeli nei quattro angoli della stanza a proteggerla e accompagnarla, aromi di incenso per tracciare nuove vie, la sua gatta a farle da custode.

Li prendeva per mano e camminava con loro per un pezzo di strada lucente, fino alla soglia che non le era dato oltrepassare, per ora.

Ed era grata a tutti i segni che le tornavano indietro, segni di Vita oltre quella soglia. Imparò a riconoscerli: sapeva che quell’uccellino Paradiso spuntato sulla sua finestra cantava per lei l’arrivo nella Luce, quel bagliore nel ruscello brillava fulmineo come un racconto di Luce, quella farfalla bianca si posava sulla sua mano per sorriderle di Luce, per farla sentire, lei stessa, Luce.

Pochi intorno a lei riuscivano a capirla ma, se prima ne soffriva, ora Magalì sorrideva e, in pace con le sue ombre e le sue luci, non aveva esitazione a riconoscere in un semplice topino di campagna un messaggero, in un soffio alla testa un sussurro, in un profumo inusuale un allarme, in una visione notturna un grido di aiuto.

Quel mondo che ormai le apparteneva era un’oasi di mezzo, un passaggio tra due porte. Un giorno le venne chiesto di soffermarsi ancora prima, prima ancora dell’ultimo respiro, esattamente tre giorni prima del buio. E a chiederglielo era il suo papà, un corpicino ormai tornato fanciullo, fragile in quel lettone, le mani lunghe e scarne lungo i fianchi, senza più parole né fiato. Si parlarono, attraverso altre frequenze, in telepatico Amore, compirono insieme tre giorni di riti, gli occhi del suo papà tornarono per pochi istanti a guardare, il tempo necessario per salutare con languidi sguardi di pace, ringraziare con una tenue lacrima, e affidarsi a mani di Luce con cui volare dritto nell’Eternità.

Quello fu il regalo più grande per Magalì, le sembrò che tutto fin dall’infanzia fosse avvenuto per condurla fino a lì, a quello scambio eterno d’Amore.

E, umilmente, rese grazie.

 

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Magali

di Ancilla Oggioni

Non sapeva dire quando li aveva visti per la prima volta.

Ricordava solo un tenue e malinconico richiamo: “Magalì… Ma-ga-lì…”

Era irresistibile, dolce e oscuro, lo sentiva provenire dalle profondità di un angolo della stanza, quella enorme stanza, o almeno così le sembrava allora, lei piccola, la più piccola; quella grande stanza con alte finestre e tanti letti in fila, letti d’infanzia e di sorelle.

Poi cominciò a vedere qualcosa, quando tutte ormai dormivano profondamente. Nei primi sonni il solito richiamo: “Magalì…”, deciso ma soave; apriva gli occhi nel buio intenso dell’alto soffitto e lì, davanti a lei, le sembrava di vedere un viso. Un uomo indiano, indiano d’America, capelli neri corvini, occhi lucenti, una mezza codina che ricadeva lungo l’orecchio destro, un ciondolo d’ambra sul collo taurino. Non le faceva paura, i suoi occhi erano dolci, ogni notte le parlava, e le sue parole cullavano le palpebre di Magalì fino al sonno profondo. Al risveglio ricordava solo quel viso amico, ma nessuna parola.

Nella grande casa, un lungo corridoio, o almeno così le sembrava allora, portava fino a luoghi che ancora oggi non saprebbe dire se facessero parte della casa, come se al di là dell’ultimo muro dell’ultima stanza si aprisse un varco misterioso, una porta invisibile e nebulosa che l’avrebbe portata altrove, ne era sicura. Un richiamo anche quello, una calamita sottile, un istinto curioso e quasi febbrile a varcare quella soglia.

Mai però si avventurò oltre l’ultimo buio, come a preservarne il mistero. Lo guardava dall’altro lato del corridoio sperando che il suo amico indiano spuntasse ad accompagnarla ma, dopo qualche attimo di occhioni aperti all’evento, rilassava il petto e se ne andava.

Poi quella magica ed eterna casa fu troppo vecchia per accogliere l’adolescenza di tante sorelle e fu demolita restando per sempre un mistero. Anche l’indiano d’America si trasferì chissà dove.

Tutto cambiò per Magalì. Passarono molti anni, la tumultuosa adolescenza si portò via ogni barlume visionario, il sottile richiamo del suo nome si spense, la curiosità innocente e pura dei suoi occhi grandi divenne ricerca smodata di realtà.

Le cose presero il sopravvento! Niente più le sembrava che apparisse diverso, tutto era! E lo era per tutti.

Anni e anni molto diversi, nuove città, nuove case, desideri di vita, pensieri rivolti solo al futuro, a costruire senza voltarsi indietro, passi sempre più lunghi, veloci, fronte dritta, amori lavori trasferimenti, idee precise ma fumi nel cervello.

Fino al giorno in cui, inaspettatamente, o così le sembrò allora, un sospiro nel buio… sussulto nello stomaco, apnea, orecchie tese, battiti forti nella gola, è qui…

Ma-ga-lì… cos’è questa voce… la riconosco ma non so cosa sia… Ma-ga-lì… sono io, sono Magalì… dove sei?… Magalì… eccomi, sono qui, davvero sono qui? Chi? Quella voce… dagli occhi grosse copiose lacrime di stupore… mi hai ritrovato… e sei sempre stata qui… la sensazione infinita e semplice di un velo che si scosta, un fumo che svanisce, immagine chiara, di Magalì. Dove sono stata tutto questo tempo.

 

Riascoltare il richiamo comportò non poche faccende.

Magalì non pensava di essere pronta, non sapeva nemmeno che cosa l’aspettasse, ma percepiva qualcosa di grosso, da tenersi per sé, racconto per pochi.

Ora quel varco era aperto, qualsiasi cosa questo potesse dire.

Aveva risposto e doveva continuare a farlo, a Vedere, a Sentire, a Percepire.

Prima nel sonno, come quando era bambina, ma non erano più visi amici come l’indiano, bensì volti corpi visioni strane, paurose che – sentiva – la risucchiavano, chiedevano, la fissavano.

E poi un fuoco, improvviso, nella sua stanza, segni sempre più evidenti e irrinunciabili. Immagini fugaci, nell’ombra, passaggi, bisbiglii, attenzione dalle spalle, sensazioni nitide di essere guardata ascoltata controllata, dagli angoli dei muri, le porte delle stanze. Se un tempo avrebbe potuto pensare a elfi o folletti e gioirne, divertirsi, nascondersi quando li sentiva nei boschi, quando giocavano con lei ad apparire e sparire e lei rideva e si riempiva di vita, immaginaria o no, era vita che le pulsava dentro e poteva uscire perché era parte della sua innocenza di fanciulla; se un tempo poteva essere bimba e libera di giocare, ora sentiva che quelle ombre le chiedevano di guardare oltre e vedere.

Doveva sapere. Da anni non pensava al viso indiano di cui non aveva mai sentito le parole. Ora voleva ascoltarle.

Andò da chi poteva aiutarla. Per prima cosa il fuoco nella sua stanza era un segno chiaro: sono qui! I suoi primi riti sciamanici – scoprì tanti anni dopo il loro nome e significato – iniziarono da quelle fiamme. Fece benedire una candela bianca e tutte le sere la accese nel punto dove, inspiegabilmente, aveva preso fuoco la sua toeletta; parlò con quel tenue fascio di luce verso il cielo: “Ecco, ho ascoltato il tuo richiamo, so che questo non è il tuo posto ma è semplice la via, calda e amorevole: segui la luce, ti stanno aspettando”. A volte spegneva la candela per andare a dormire e quella si riaccendeva, altre volte si svegliava nella notte e un alone arancione e giallo copriva tutto il soffitto, l’ultima notte tra le palpebre le parve di vedere un paio di ali e finalmente sentì nell’aria che il percorso era compiuto.

Fu solo l’inizio di una lunga, lunghissima sequela di richiami e visioni, ma in pieno giorno, sempre più corpi nitidi, seduti sulle scale in ascolto, di passaggio da una stanza all’altra come per salutare, e nel sonno voci sempre più disperate, volti sconvolti, si risvegliava sudata e tremante, ma la parola era inequivocabile: aiuto!

E Magalì li aiutò, tutti, uno per uno. Escogitò nuovi modi, imparò molti riti provenienti dal sapere ancestrale e dolce delle sciamane Shipibo dell’Amazzonia, si circondò di amuleti e protezioni, si costruì oggetti sacri per connettersi sempre più velocemente con quella parte dell’anima che era chiamata al soccorso. Si ricordò dell’indiano d’America e capì che allora era troppo presto per sentire e agire, ma lui, il suo amico, era venuto per riconoscerla e riconoscersi: tu sei Magalì.

Ora lo sapeva e non aveva più paura, era gioia piena quella che provava, gratitudine verso la vita e la morte, che è sempre vita.

Non smise mai di essere Magalì, sempre pronta a percepire un sussurro, nel corpo o nella voce, sempre docile nel ritirarsi nello spazio sacro che si era costruita, i quattro Arcangeli nei quattro angoli della stanza a proteggerla e accompagnarla, aromi di incenso per tracciare nuove vie, la sua gatta a farle da custode.

Li prendeva per mano e camminava con loro per un pezzo di strada lucente, fino alla soglia che non le era dato oltrepassare, per ora.

Ed era grata a tutti i segni che le tornavano indietro, segni di Vita oltre quella soglia. Imparò a riconoscerli: sapeva che quell’uccellino Paradiso spuntato sulla sua finestra cantava per lei l’arrivo nella Luce, quel bagliore nel ruscello brillava fulmineo come un racconto di Luce, quella farfalla bianca si posava sulla sua mano per sorriderle di Luce, per farla sentire, lei stessa, Luce.

Pochi intorno a lei riuscivano a capirla ma, se prima ne soffriva, ora Magalì sorrideva e, in pace con le sue ombre e le sue luci, non aveva esitazione a riconoscere in un semplice topino di campagna un messaggero, in un soffio alla testa un sussurro, in un profumo inusuale un allarme, in una visione notturna un grido di aiuto.

Quel mondo che ormai le apparteneva era un’oasi di mezzo, un passaggio tra due porte. Un giorno le venne chiesto di soffermarsi ancora prima, prima ancora dell’ultimo respiro, esattamente tre giorni prima del buio. E a chiederglielo era il suo papà, un corpicino ormai tornato fanciullo, fragile in quel lettone, le mani lunghe e scarne lungo i fianchi, senza più parole né fiato. Si parlarono, attraverso altre frequenze, in telepatico Amore, compirono insieme tre giorni di riti, gli occhi del suo papà tornarono per pochi istanti a guardare, il tempo necessario per salutare con languidi sguardi di pace, ringraziare con una tenue lacrima, e affidarsi a mani di Luce con cui volare dritto nell’Eternità.

Quello fu il regalo più grande per Magalì, le sembrò che tutto fin dall’infanzia fosse avvenuto per condurla fino a lì, a quello scambio eterno d’Amore.

E, umilmente, rese grazie.

 

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