“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

Social Media

Non sono cattivi

di Gigi Maniglia

Per gli animali ogni suono, ogni gesto, ha il significato
delle parole umane.

Mowgli (film)

“Mamma, devi dirgli di fermarsi!”

“Ma loro ti hanno catturato e tenuto rinchiuso per tutto questo tempo. Chissà che torture, offese, umiliazioni… sono spietati. Cosa sarebbe successo se non ti avessimo trovato, Waspy? Sono così contenta di rivederti! Vorrei poterti abbracciare tutto e stringerti forte. Stai bene?”

“ARGIE! FA’ FERMARE L’ATTACCO! NON SONO CATTIVI!”

Il ragazzo sta in piedi nel prato, vicino all’albero su cui si trova Argie. I pugni serrati, le braccia lungo i fianchi, segue con lo sguardo il grande trambusto che avvolge, a pochi metri di distanza, la casa. Dall’interno giungono ovattate e disperate grida di aiuto.

Le pareti dell’edificio iniziano a tremare, come per una scossa di terremoto. Alcune tegole cadono dal tetto, frantumandosi sui ciottoli del pavimento del cortile.

Waspy si volta verso la madre cercando di guardarla negli occhi, calmando la concitazione della voce: “Fa’ fermare l’oscillazione, per favore. Altrimenti la casa crollerà. Sono troppi. Ti prego. Non mi hanno trattato male”.

I vetri delle finestre della casa, lastre deformate, a uno a uno iniziano, superfici devastate, a esplodere. I frammenti ricadono all’interno, rimbalzando contro gli stabilimenta realizzati apposta per impedire la fuga.

Anche le porte sono sigillate accuratamente. L’oscillazione avrebbe presto causato la risonanza e il cedimento della struttura.

Waspy si siede sul prato, traffica per togliersi le scarpe.

“Cosa ti hanno messo alle zampe?” chiede la madre osservandolo dall’alto.

“Si chiamano scarpe, le usano per proteggere i piedi quando camminano… e non ho le zampe, io: ho le gambe!”

“Gambe, zampe, che differenza fa? Quando ti abbiamo trovato nel bosco che strillavi come una cicala e ti abbiamo preso con noi, non ci siamo certo messi a discutere su quante zampe o gambe avevi” risponde la madre.

“Sì, ma mi hai sempre detto che le altre quattro me le avevano strappate da piccolo e che ero fortunato a essere ancora vivo e io ci ho creduto”. Il volume della voce di Waspy riprende a aumentare: “Si vede bene che non sono come voi e che assomiglio a loro. Falli smettere!”

“Amore mio, ne abbiamo già parlato. Volevamo solo proteggerti”.

“E mi avete detto solo bugie: che i peli ce li ho tutti in testa per la sindrome di Bruennichi, una malattia rarissima che, guarda caso, è capitata proprio solo a me; che di zampe ne ho solo quattro perché da piccolo sono stato attaccato da un tarabusino affamato e sono stato salvato dalle libellule; che non ho i colori perché ti vengono quando sei più grande e intanto mi scambiano ancora per un lombrico… e la seta?”

Waspy ha lacrime agli occhi.

Cocci di tegole a pezzi sui sassi, spaccate, cadute; l’intonaco, crepato, si sbriciola a terra e nell’aria interpretando piccole nuvole grigiastre; i mattoni scricchiolano tra cemento staccato, esponendo gli angoli.

Qualcuno batte forte contro la porta bloccata. “Aiuto, qualcuno ci aiuti!” dicono voci sprofondate, miste al pianto inconsolabile di un bambino.

Argie riprende: “Come fai a difenderli? Ti ricordi cosa hanno fatto a tuo fratello?”

Il ragazzo abbassa lo sguardo e ritrova impresso negli occhi quello che era successo quando lo avevano rapito, vicino alla radura dei faggi.

 

“Vediamo se quello piccolo si spaventa” aveva detto Knyd sogghignando, con il suo solito spirito giocherellone.

“Stai attento, fratello, è pericoloso” lo aveva avvisato Waspy. Spesso si allontanavano dalla ragnatela per avventurarsi insieme nel bosco.

Il più piccolo dei tre, che chiamavano Tommy, correva saltando le radici e non stava mai fermo. I due più grandi avanzavano tra le piante, abbassandosi verso il terreno, raccogliendo rami secchi e ciocchi di legno. Waspy li guardava con curiosità. Cercava di avvicinarsi il più possibile, stando attento a non farsi vedere. Li osservava e capiva che la sua vita doveva avere una spiegazione diversa da quella che gli aveva dato la madre. Crescendo, la questione era diventata sempre più evidente.

Intanto Tommy si era avvicinato alla pianta, attirato dai brillanti e sgargianti colori disegnati sull’opistosoma di Knyd.

Knyd aveva lanciato quattro sguardi ammiccanti a Waspy come per dire: “Guarda ora che succede…”

“Vorrei essere come lui” pensava Waspy, controllando la scena dal suo nascondiglio. Nel frattempo, il piccolo Tommy aveva già afferrato Knyd per una zampa e lo agitava nell’aria richiamando l’attenzione dei due grandi per mostrare loro la scoperta.

Era stato allora quando Knyd aveva affondato i cheliceri nella mano del bambino.

Uno scoppio di pianto e urla.

La legna che stava nelle mani di quella grande, che ora Waspy sapeva essere una madre, era caduta a terra, contemporaneamente a Knyd. Il piccolo, che era un figlio, aveva subito preso il posto della legna nell’abbraccio materno. Mentre quello grande, che era un padre, era accorso, scrutando il terreno. Aveva individuato Knyd, che cercava di allontanarsi con una zampa ritorta, e questa volta le belle striature gialle, bianche e nere non avevano prodotto ammirazione: avevano indicato precisamente il bersaglio.

Per un istante tutto si era raggelato in un urlo… (la madre inginocchiata cercava di consolare il figlio stringendolo tra le braccia e guardava stupita verso il piede del padre)… un urlo… (il padre staccava da terra il piede appena dopo aver schiacciato, senza pietà, la fragile vita di Knyd)… un urlo… (Waspy balzato fuori dal suo nascondiglio, le mani incredule conficcate nel terreno, impazzite nel tentativo di rimettere insieme i pezzi del fratello)… un… urlo.

Poi le cose si erano mosse molto velocemente. Tutti si erano voltati a guardare Waspy: la madre con il bambino in braccio piangeva, rideva e diceva qualcosa; il padre, fissandolo sbalordito, in un attimo lo aveva preso e stretto forte, anche lui con le lacrime agli occhi ma anche con un grande sorriso.

Waspy si dimenava, mordeva, cercava di liberarsi, ma quello grande non mollava: “Non voglio fare la fine Knyd, schiacceranno anche me!” pensava.

 

“Forse loro sono i miei genitori” conclude Waspy alzando lo sguardo liquido e puntandolo in uno delle quattro paia di occhi della madre: “Volevano solo proteggermi”.

Argie non si muove. Guarda il ragazzo. Quanto è cresciuto, fiero il suo sguardo. Bello, forse, ma non per un ragno. Sapeva che un giorno avrebbe dovuto affrontare quel momento, che il suo Waspy se ne sarebbe andato.

Quando lo avevano trovato nel bosco, procedeva a quattro zampe, lungo il sentiero vicino al fiume. Era stata lei a convincere gli altri a prenderlo con sé per salvarlo. Era la regina, certo, nessuno le sarebbe andato contro; ma non tutti erano convinti che quella fosse la cosa giusta da fare.

E, dopo il rapimento, quando Argie aveva implorato l’aiuto di tutti perché andassero a cercare e a salvare suo figlio Waspy, solo invocando la vendetta per la morte di Knyd era riuscita a muovere il popolo degli Argiope contro gli umani.

Per tutti i suoi figli aveva tessuto culle di seta, aveva prodotto piccole oscillazioni per farli addormentare. Aveva insegnato loro a scegliere il posto migliore per la ragnatela e a tessere e a ritessere lo stabilimentum. Ma Waspy non era come loro. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Lui non aveva i colori della vespa, aveva peli solo sulla testa, solo quattro zampe, solo due occhi e non poteva produrre seta per ragnatele. Perché era il suo preferito?

“Vorrei avere mani per accarezzare il tuo viso” sussurra Argie, mentre grossi pezzi di muro iniziano a crollare. “Vorrei avere braccia per avvolgerti dolcemente…”. Nessuno più grida dall’interno della casa, il padre avvolto alla madre avvolta al figlio. “Vorrei avere labbra per baciarti…”. Zampe di milioni di ragni sono pronte per l’ultima oscillazione.

“Anche tu sei mia madre, io ti amerò sempre” dice Waspy facendo accomodare delicatamente il ragno sulla sua spalla.

Si guardano intensamente, due occhi di ragazzo negli otto occhi di ragno.

 

“BASTA COSÌ!” grida Argie.

I ragni fermano l’oscillazione.

Di colpo, sotto la notte incredibilmente stellata, è solo silenzio.

0

Share

Non sono cattivi

di Gigi Maniglia

Per gli animali ogni suono, ogni gesto, ha il significato
delle parole umane.

Mowgli (film)

“Mamma, devi dirgli di fermarsi!”

“Ma loro ti hanno catturato e tenuto rinchiuso per tutto questo tempo. Chissà che torture, offese, umiliazioni… sono spietati. Cosa sarebbe successo se non ti avessimo trovato, Waspy? Sono così contenta di rivederti! Vorrei poterti abbracciare tutto e stringerti forte. Stai bene?”

“ARGIE! FA’ FERMARE L’ATTACCO! NON SONO CATTIVI!”

Il ragazzo sta in piedi nel prato, vicino all’albero su cui si trova Argie. I pugni serrati, le braccia lungo i fianchi, segue con lo sguardo il grande trambusto che avvolge, a pochi metri di distanza, la casa. Dall’interno giungono ovattate e disperate grida di aiuto.

Le pareti dell’edificio iniziano a tremare, come per una scossa di terremoto. Alcune tegole cadono dal tetto, frantumandosi sui ciottoli del pavimento del cortile.

Waspy si volta verso la madre cercando di guardarla negli occhi, calmando la concitazione della voce: “Fa’ fermare l’oscillazione, per favore. Altrimenti la casa crollerà. Sono troppi. Ti prego. Non mi hanno trattato male”.

I vetri delle finestre della casa, lastre deformate, a uno a uno iniziano, superfici devastate, a esplodere. I frammenti ricadono all’interno, rimbalzando contro gli stabilimenta realizzati apposta per impedire la fuga.

Anche le porte sono sigillate accuratamente. L’oscillazione avrebbe presto causato la risonanza e il cedimento della struttura.

Waspy si siede sul prato, traffica per togliersi le scarpe.

“Cosa ti hanno messo alle zampe?” chiede la madre osservandolo dall’alto.

“Si chiamano scarpe, le usano per proteggere i piedi quando camminano… e non ho le zampe, io: ho le gambe!”

“Gambe, zampe, che differenza fa? Quando ti abbiamo trovato nel bosco che strillavi come una cicala e ti abbiamo preso con noi, non ci siamo certo messi a discutere su quante zampe o gambe avevi” risponde la madre.

“Sì, ma mi hai sempre detto che le altre quattro me le avevano strappate da piccolo e che ero fortunato a essere ancora vivo e io ci ho creduto”. Il volume della voce di Waspy riprende a aumentare: “Si vede bene che non sono come voi e che assomiglio a loro. Falli smettere!”

“Amore mio, ne abbiamo già parlato. Volevamo solo proteggerti”.

“E mi avete detto solo bugie: che i peli ce li ho tutti in testa per la sindrome di Bruennichi, una malattia rarissima che, guarda caso, è capitata proprio solo a me; che di zampe ne ho solo quattro perché da piccolo sono stato attaccato da un tarabusino affamato e sono stato salvato dalle libellule; che non ho i colori perché ti vengono quando sei più grande e intanto mi scambiano ancora per un lombrico… e la seta?”

Waspy ha lacrime agli occhi.

Cocci di tegole a pezzi sui sassi, spaccate, cadute; l’intonaco, crepato, si sbriciola a terra e nell’aria interpretando piccole nuvole grigiastre; i mattoni scricchiolano tra cemento staccato, esponendo gli angoli.

Qualcuno batte forte contro la porta bloccata. “Aiuto, qualcuno ci aiuti!” dicono voci sprofondate, miste al pianto inconsolabile di un bambino.

Argie riprende: “Come fai a difenderli? Ti ricordi cosa hanno fatto a tuo fratello?”

Il ragazzo abbassa lo sguardo e ritrova impresso negli occhi quello che era successo quando lo avevano rapito, vicino alla radura dei faggi.

 

“Vediamo se quello piccolo si spaventa” aveva detto Knyd sogghignando, con il suo solito spirito giocherellone.

“Stai attento, fratello, è pericoloso” lo aveva avvisato Waspy. Spesso si allontanavano dalla ragnatela per avventurarsi insieme nel bosco.

Il più piccolo dei tre, che chiamavano Tommy, correva saltando le radici e non stava mai fermo. I due più grandi avanzavano tra le piante, abbassandosi verso il terreno, raccogliendo rami secchi e ciocchi di legno. Waspy li guardava con curiosità. Cercava di avvicinarsi il più possibile, stando attento a non farsi vedere. Li osservava e capiva che la sua vita doveva avere una spiegazione diversa da quella che gli aveva dato la madre. Crescendo, la questione era diventata sempre più evidente.

Intanto Tommy si era avvicinato alla pianta, attirato dai brillanti e sgargianti colori disegnati sull’opistosoma di Knyd.

Knyd aveva lanciato quattro sguardi ammiccanti a Waspy come per dire: “Guarda ora che succede…”

“Vorrei essere come lui” pensava Waspy, controllando la scena dal suo nascondiglio. Nel frattempo, il piccolo Tommy aveva già afferrato Knyd per una zampa e lo agitava nell’aria richiamando l’attenzione dei due grandi per mostrare loro la scoperta.

Era stato allora quando Knyd aveva affondato i cheliceri nella mano del bambino.

Uno scoppio di pianto e urla.

La legna che stava nelle mani di quella grande, che ora Waspy sapeva essere una madre, era caduta a terra, contemporaneamente a Knyd. Il piccolo, che era un figlio, aveva subito preso il posto della legna nell’abbraccio materno. Mentre quello grande, che era un padre, era accorso, scrutando il terreno. Aveva individuato Knyd, che cercava di allontanarsi con una zampa ritorta, e questa volta le belle striature gialle, bianche e nere non avevano prodotto ammirazione: avevano indicato precisamente il bersaglio.

Per un istante tutto si era raggelato in un urlo… (la madre inginocchiata cercava di consolare il figlio stringendolo tra le braccia e guardava stupita verso il piede del padre)… un urlo… (il padre staccava da terra il piede appena dopo aver schiacciato, senza pietà, la fragile vita di Knyd)… un urlo… (Waspy balzato fuori dal suo nascondiglio, le mani incredule conficcate nel terreno, impazzite nel tentativo di rimettere insieme i pezzi del fratello)… un… urlo.

Poi le cose si erano mosse molto velocemente. Tutti si erano voltati a guardare Waspy: la madre con il bambino in braccio piangeva, rideva e diceva qualcosa; il padre, fissandolo sbalordito, in un attimo lo aveva preso e stretto forte, anche lui con le lacrime agli occhi ma anche con un grande sorriso.

Waspy si dimenava, mordeva, cercava di liberarsi, ma quello grande non mollava: “Non voglio fare la fine Knyd, schiacceranno anche me!” pensava.

 

“Forse loro sono i miei genitori” conclude Waspy alzando lo sguardo liquido e puntandolo in uno delle quattro paia di occhi della madre: “Volevano solo proteggermi”.

Argie non si muove. Guarda il ragazzo. Quanto è cresciuto, fiero il suo sguardo. Bello, forse, ma non per un ragno. Sapeva che un giorno avrebbe dovuto affrontare quel momento, che il suo Waspy se ne sarebbe andato.

Quando lo avevano trovato nel bosco, procedeva a quattro zampe, lungo il sentiero vicino al fiume. Era stata lei a convincere gli altri a prenderlo con sé per salvarlo. Era la regina, certo, nessuno le sarebbe andato contro; ma non tutti erano convinti che quella fosse la cosa giusta da fare.

E, dopo il rapimento, quando Argie aveva implorato l’aiuto di tutti perché andassero a cercare e a salvare suo figlio Waspy, solo invocando la vendetta per la morte di Knyd era riuscita a muovere il popolo degli Argiope contro gli umani.

Per tutti i suoi figli aveva tessuto culle di seta, aveva prodotto piccole oscillazioni per farli addormentare. Aveva insegnato loro a scegliere il posto migliore per la ragnatela e a tessere e a ritessere lo stabilimentum. Ma Waspy non era come loro. Lo sapeva, lo aveva sempre saputo. Lui non aveva i colori della vespa, aveva peli solo sulla testa, solo quattro zampe, solo due occhi e non poteva produrre seta per ragnatele. Perché era il suo preferito?

“Vorrei avere mani per accarezzare il tuo viso” sussurra Argie, mentre grossi pezzi di muro iniziano a crollare. “Vorrei avere braccia per avvolgerti dolcemente…”. Nessuno più grida dall’interno della casa, il padre avvolto alla madre avvolta al figlio. “Vorrei avere labbra per baciarti…”. Zampe di milioni di ragni sono pronte per l’ultima oscillazione.

“Anche tu sei mia madre, io ti amerò sempre” dice Waspy facendo accomodare delicatamente il ragno sulla sua spalla.

Si guardano intensamente, due occhi di ragazzo negli otto occhi di ragno.

 

“BASTA COSÌ!” grida Argie.

I ragni fermano l’oscillazione.

Di colpo, sotto la notte incredibilmente stellata, è solo silenzio.

Tags :

Related article

advertise

You can't keep playing's like that - Final Scoring analyst.

“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

© All Rights Reserved © 2025 Costellazione