“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

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La notte delle parole

di Gloria Sacchi

Da anni ormai non trovava più le parole.
Non che le avesse perse. Era molto attenta, non le perdeva mai di vista. Le piaceva accarezzarle, ascoltarne la voce, metterle in fila e sceglierle per bene.
Ma un giorno si è accorta che non c’erano più.
Non le aveva smarrite, non come quelle cose che speri di poter ritrovare.
Erano come scappate via.
Non se ne erano andate tutte insieme. Erano evase una per volta.
All’inizio aveva notato dei vuoti all’appello quasi per caso.
Ogni volta che i suoi occhi vedevano qualcosa che non avrebbe voluto vedere, una parola spariva.
Polvere e macerie: al posto della parola giusta, un vuoto.
Sangue e grida: niente che uscisse dalle labbra.
Indifferenza e atti impuniti: ecco un altro buco.
Anche quello che ascoltava metteva in fuga le parole.
Eppure le saliva un calore dentro, che le faceva spalancare la bocca come fauci di animale feroce; le sembrava che un geyser di pensieri dovesse uscire senza controllo. E invece niente.
Tutte le parole che erano rimaste in attesa di essere scelte sembravano, all’improvviso, sbiadite, troppo piccole per poter essere dette.
Più il tempo passava e più niente di quello che conosceva sapeva bastare.
Le parole che potevano sembrare giuste non c’erano più: era come se non le avesse mai incontrate, conosciute. Cercare di inseguirle era impossibile. Non avevano lasciato impronte, nemmeno nella memoria.
E ora le pochissime che ancora vedeva si nascondevano, piene di vergogna.
Così le rimaneva solo la bocca aperta, senza voce.
Dentro iniziava a fare buio.
Il silenzio cominciava a spegnere le luci.
Intanto, lei, temeva che quelle vigliacche, che tanto le assomigliavano, per scappare le avessero scavato un buco dentro il petto, uno nero come quelli che stanno in mezzo alle galassie, che forse in un momento si sarebbe preso tutto, e addio giorno.
Sarebbe rimasta solo la notte.
Chiuse tutte le finestre nella sua testa.
Non voleva più guardare fuori.
Si rannicchiò sotto le lenzuola bianche, il suo letto caldo le faceva male.
Stava scomoda come sdraiata sui cocci di tutti i torti che esistevano al mondo.
Le mancavano gli occhi aperti dei palazzi senza sonno.
Le mancavano le sue parole. Dove erano finite?

La rabbia, ormai senza nome, la tirò giù dal letto per i piedi. Cadde sul pavimento con un grande tonfo. Chissà cosa avrebbe urlato se avesse potuto, e invece prese tutte le parole che le erano rimaste, inutili e piene di imbarazzo, e iniziò a lanciarle per terra, una sull’altra.

Una, due, tre, quattro, dieci, cento e ancora cento, mille, un milione.

Sfogata la rabbia e con il fiatone, si mise a guardare quella piccola collina di lettere incastrate.
Buttate così, ammonticchiate, sembravano molto meno minute.
Non erano nemmeno poche.
Si arrampicò fino alla cima di quel cumulo disordinato.
Da lassù si accorse che poteva guardare molto più lontano.
Fu lì che lo vide.

Una sagoma scura oltre un vetro chiuso.
Qualcun altro, nel buio della sua finestra, non riusciva a dormire. Anche lui, seduto sopra al suo mucchio di parole.

Bastò un attimo.
Non si dissero nulla, ma si riconobbero.
E tutto sembrò avvicinarsi.
Il cuore cominciò a battere forte, e le dita veloci si misero a tessere ogni parola, una dopo l’altra.

Esili e resistenti, ora sembravano lenze. 

Pronte a gettarsi in un orizzonte che si vede da ogni sponda.

Ninna nanna per chi non può dormire

Ninna nanna, ninna oh,
A chi cantarla non lo so.
Senza spinta né speranza,
Dentro il mondo una mattanza.
Brutto, sporco e senza fiato,
Non so chi l’abbia creato.

Ninna nanna, oppure no,
Le parole non le ho.
Non le trovo e non le sento,
E la colpa ha il sopravvento.
Insieme a loro perdo me,
E la luce più non c’è.

Niente nanna, solo botte,
E il silenzio sembra notte.
Non si vede, non si sente,
Ed il mostro è già al battente.
Non nel letto, ma alla porta,
Non me ne ero neanche accorta.

Ninna nanna, un cannocchiale:
Chi lo tiene lo fa male.
Tutto storto nella mano,
Sembra tutto più lontano.
Ed invece è qui vicino,
Proprio sopra lo zerbino.

Ninna nanna che mi opprime,
E non trovo più le rime.
Occhi rossi che hanno pianto,
Mi vergogno del mio posto caldo.
E come dentro un funerale,
Sento di non poter parlare.
Ma il silenzio è buio pesto,

Quindi grida, canta, strilla 

Non star zitto e chiama forte.
Resta ancora qualche sogno

appeso al bordo della notte.

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La notte delle parole

di Gloria Sacchi

Da anni ormai non trovava più le parole.
Non che le avesse perse. Era molto attenta, non le perdeva mai di vista. Le piaceva accarezzarle, ascoltarne la voce, metterle in fila e sceglierle per bene.
Ma un giorno si è accorta che non c’erano più.
Non le aveva smarrite, non come quelle cose che speri di poter ritrovare.
Erano come scappate via.
Non se ne erano andate tutte insieme. Erano evase una per volta.
All’inizio aveva notato dei vuoti all’appello quasi per caso.
Ogni volta che i suoi occhi vedevano qualcosa che non avrebbe voluto vedere, una parola spariva.
Polvere e macerie: al posto della parola giusta, un vuoto.
Sangue e grida: niente che uscisse dalle labbra.
Indifferenza e atti impuniti: ecco un altro buco.
Anche quello che ascoltava metteva in fuga le parole.
Eppure le saliva un calore dentro, che le faceva spalancare la bocca come fauci di animale feroce; le sembrava che un geyser di pensieri dovesse uscire senza controllo. E invece niente.
Tutte le parole che erano rimaste in attesa di essere scelte sembravano, all’improvviso, sbiadite, troppo piccole per poter essere dette.
Più il tempo passava e più niente di quello che conosceva sapeva bastare.
Le parole che potevano sembrare giuste non c’erano più: era come se non le avesse mai incontrate, conosciute. Cercare di inseguirle era impossibile. Non avevano lasciato impronte, nemmeno nella memoria.
E ora le pochissime che ancora vedeva si nascondevano, piene di vergogna.
Così le rimaneva solo la bocca aperta, senza voce.
Dentro iniziava a fare buio.
Il silenzio cominciava a spegnere le luci.
Intanto, lei, temeva che quelle vigliacche, che tanto le assomigliavano, per scappare le avessero scavato un buco dentro il petto, uno nero come quelli che stanno in mezzo alle galassie, che forse in un momento si sarebbe preso tutto, e addio giorno.
Sarebbe rimasta solo la notte.
Chiuse tutte le finestre nella sua testa.
Non voleva più guardare fuori.
Si rannicchiò sotto le lenzuola bianche, il suo letto caldo le faceva male.
Stava scomoda come sdraiata sui cocci di tutti i torti che esistevano al mondo.
Le mancavano gli occhi aperti dei palazzi senza sonno.
Le mancavano le sue parole. Dove erano finite?

La rabbia, ormai senza nome, la tirò giù dal letto per i piedi. Cadde sul pavimento con un grande tonfo. Chissà cosa avrebbe urlato se avesse potuto, e invece prese tutte le parole che le erano rimaste, inutili e piene di imbarazzo, e iniziò a lanciarle per terra, una sull’altra.

Una, due, tre, quattro, dieci, cento e ancora cento, mille, un milione.

Sfogata la rabbia e con il fiatone, si mise a guardare quella piccola collina di lettere incastrate.
Buttate così, ammonticchiate, sembravano molto meno minute.
Non erano nemmeno poche.
Si arrampicò fino alla cima di quel cumulo disordinato.
Da lassù si accorse che poteva guardare molto più lontano.
Fu lì che lo vide.

Una sagoma scura oltre un vetro chiuso.
Qualcun altro, nel buio della sua finestra, non riusciva a dormire. Anche lui, seduto sopra al suo mucchio di parole.

Bastò un attimo.
Non si dissero nulla, ma si riconobbero.
E tutto sembrò avvicinarsi.
Il cuore cominciò a battere forte, e le dita veloci si misero a tessere ogni parola, una dopo l’altra.

Esili e resistenti, ora sembravano lenze. 

Pronte a gettarsi in un orizzonte che si vede da ogni sponda.

Ninna nanna per chi non può dormire

Ninna nanna, ninna oh,
A chi cantarla non lo so.
Senza spinta né speranza,
Dentro il mondo una mattanza.
Brutto, sporco e senza fiato,
Non so chi l’abbia creato.

Ninna nanna, oppure no,
Le parole non le ho.
Non le trovo e non le sento,
E la colpa ha il sopravvento.
Insieme a loro perdo me,
E la luce più non c’è.

Niente nanna, solo botte,
E il silenzio sembra notte.
Non si vede, non si sente,
Ed il mostro è già al battente.
Non nel letto, ma alla porta,
Non me ne ero neanche accorta.

Ninna nanna, un cannocchiale:
Chi lo tiene lo fa male.
Tutto storto nella mano,
Sembra tutto più lontano.
Ed invece è qui vicino,
Proprio sopra lo zerbino.

Ninna nanna che mi opprime,
E non trovo più le rime.
Occhi rossi che hanno pianto,
Mi vergogno del mio posto caldo.
E come dentro un funerale,
Sento di non poter parlare.
Ma il silenzio è buio pesto,

Quindi grida, canta, strilla 

Non star zitto e chiama forte.
Resta ancora qualche sogno

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