“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

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Un nome bellissimo

di Francesca Sala

Oggi nella tenda-scuola qui al campo è arrivata una nuova maestra. Era bellissima. Aveva il viso incorniciato nella kefiah e due grandi occhi neri con ciglia di cerbiatto. Noi eravamo tantissimi, seduti un po’ sulle panche e un po’ a terra, ma tutti la guardavamo pieni di innamoramento. Ci ha detto il suo nome – si chiama Mariam – e poi ci ha chiesto i nostri nomi.

Mi chiamo Noura e ho un nome bellissimo. Così almeno diceva mia mamma. Me lo ricordava ogni volta che la poesia le riempiva lo sguardo, la sera, quando mi accarezzava la guancia mettendomi a letto, o quando mi raccontava del giorno in cui sono nata. Che poi è la storia più bella che le mamme raccontano.

“Noura, tu hai un nome bellissimo. Sai cosa significa?” mi chiedeva.

“Luce, speranza” rispondevo io, quasi cantilenando per quella domanda che lei mi rivolgeva innumerevoli volte.

Anche quando mamma era arrabbiata gridava: “Noura! Noura!” urlando e brandendo lo shapraki che usava per tirare il pane. “Possibile che con un nome così bello tu sia tanto scellerata?”

 

La maestra del campo ha detto che il nome è il primo diritto di ogni bambino. Prima ancora di soddisfare il suo bisogno di mangiare, di bere e giocare, ogni bambino ha diritto a un nome. Ha detto che è scritto nella Carta dei Diritti dell’Infanzia. Che poi è come dire che il bambino ha diritto a esistere e a essere qualcuno. Non qualcosa.

E se vuoi togliere tutto a una persona cosa fai? Gli togli il nome. E magari gli dai un numero e quello diventa un oggetto.

Un nome proprio di persona che diventava un nome comune di cosa. Peggio, un numero.

Poi la maestra ha anche detto: “Che cosa abbiamo qui, se non il nostro nome? Che cosa siamo noi alla fine se non il nostro nome? Se ci ritrovassimo un giorno su un’isola deserta, senza vestiti, senza scarpe, senza il telefono, senza il computer, senza un documento. Che cosa saremmo noi, se non un essere, un corpo con un nome? Il nome ci identifica e ci ricorda chi siamo”.

Ho pensato al mio nome bellissimo e a quanto è importante. Quanto potere può avere un nome?

Il potere di evocare, portare e riportare, rendere reali, esistenti e resistenti al tempo.

Quando una madre e un padre decidono il nome per il proprio figlio si immaginano un piccolo essere, un qualcuno che ancora non è. E gli danno un nome. E dandogli quel nome, pensandolo, iniziano ad attribuirgli un’identità che sarà la sua prima scintilla di vita. Quel nome è una storia che inizia: “Sarà una bambina e la chiameremo Yasmin, Celia, Julia, Mariam, Noura…” dentro la scelta c’è già il pensiero di lei che sarà. E non c’è scampo, non c’è modo di sfuggire a quel nome che è già un destino, una storia che qualcuno si immagina per noi. Con quell’immagine, magari, faremo i conti tutta la vita.

È un regalo. Il nome è un regalo che ci fanno i nostri genitori quando veniamo al mondo, quando ci mettono dentro nel mondo. E quel nome è l’inizio di tutto. È l’indizio, l’indizio più bello di una storia da svelare, una storia di vita.

Potrà essere una storia breve, come quella di tanti bambini qui a Gaza, oppure una storia lunghissima: ma ogni nome ha la sua storia e nel mondo siamo milioni di storie diverse. Storie di versi, storie di parole da raccontare come favole ai bambini gonfi di sonno. Storie di persone che sono vive e piene di vita, storie di persone che non sono più – e qui a Gaza sono tanti a non esserci più; ma è importante tenere nella mente i loro nomi perché tenere un nome è come trattenere la persona che è quel nome, trattenere la sua storia.

Questa guerra ha fatto un sacco di buchi nelle case e ne ha fatto uno anche dentro me, proprio lì dove stava mia mamma che adesso è un buco nel mio cuore. Ci sono sere in cui io e i miei fratelli riempiamo quel buco con i ricordi di lei. Il buco nella pancia quello è più difficile da riempire e a volte la notte sogno i falafel che lei mi faceva trovare quando tornavo da scuola.

Stasera mi addormento pronunciando il mio nome e domani mattina, prima ancora di aprire gli occhi, dirò: “Noura”. Come dire: “coraggio, speranza”. Dentro questa guerra orribile solo il mio nome mi rimane. L’unica ricchezza che ho.

Anche con i miei fratelli, dentro questa tenda impolverata, la sera ci salutiamo dicendo i nostri nomi:

“Buonanotte, Amin”.

“Buonanotte, Hamza”.

“Buonanotte, Noura”.

Anche i nomi dei miei fratelli hanno un significato profondo: Amin, “onesto”; Hamza, “deciso” o anche “leone”.

Ci diciamo i nostri nomi come per ricordarci che siamo vivi, come fare l’appello dei vivi perché l’appello dei morti è la nenia che già gli adulti raccontano ogni giorno

Dire ad alta voce il mio nome, poterlo pronunciare e sentirlo risuonare nel silenzio mi ricorda che io esisto e resisto. E a volte è come risentire la voce di mia mamma che mi chiama. Per sgridarmi, per darmi un piccolo compito, per farmi una carezza, per dirmi che mi ama.

Quanto può essere speciale un nome?

Quanto potere può avere un nome?

Bisogna dirli, i nomi delle persone. Alcune volte parliamo con le persone senza mai pronunciare il loro nome. Ma è diverso se dici anche il nome della persona con cui parli. Perché è come se le dicessi che le parole che escono da te sono solo per lei. E questa cosa qui si chiama amore.

Mi chiamo Noura e ho un nome bellissimo.

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Un nome bellissimo

di Francesca Sala

Oggi nella tenda-scuola qui al campo è arrivata una nuova maestra. Era bellissima. Aveva il viso incorniciato nella kefiah e due grandi occhi neri con ciglia di cerbiatto. Noi eravamo tantissimi, seduti un po’ sulle panche e un po’ a terra, ma tutti la guardavamo pieni di innamoramento. Ci ha detto il suo nome – si chiama Mariam – e poi ci ha chiesto i nostri nomi.

Mi chiamo Noura e ho un nome bellissimo. Così almeno diceva mia mamma. Me lo ricordava ogni volta che la poesia le riempiva lo sguardo, la sera, quando mi accarezzava la guancia mettendomi a letto, o quando mi raccontava del giorno in cui sono nata. Che poi è la storia più bella che le mamme raccontano.

“Noura, tu hai un nome bellissimo. Sai cosa significa?” mi chiedeva.

“Luce, speranza” rispondevo io, quasi cantilenando per quella domanda che lei mi rivolgeva innumerevoli volte.

Anche quando mamma era arrabbiata gridava: “Noura! Noura!” urlando e brandendo lo shapraki che usava per tirare il pane. “Possibile che con un nome così bello tu sia tanto scellerata?”

 

La maestra del campo ha detto che il nome è il primo diritto di ogni bambino. Prima ancora di soddisfare il suo bisogno di mangiare, di bere e giocare, ogni bambino ha diritto a un nome. Ha detto che è scritto nella Carta dei Diritti dell’Infanzia. Che poi è come dire che il bambino ha diritto a esistere e a essere qualcuno. Non qualcosa.

E se vuoi togliere tutto a una persona cosa fai? Gli togli il nome. E magari gli dai un numero e quello diventa un oggetto.

Un nome proprio di persona che diventava un nome comune di cosa. Peggio, un numero.

Poi la maestra ha anche detto: “Che cosa abbiamo qui, se non il nostro nome? Che cosa siamo noi alla fine se non il nostro nome? Se ci ritrovassimo un giorno su un’isola deserta, senza vestiti, senza scarpe, senza il telefono, senza il computer, senza un documento. Che cosa saremmo noi, se non un essere, un corpo con un nome? Il nome ci identifica e ci ricorda chi siamo”.

Ho pensato al mio nome bellissimo e a quanto è importante. Quanto potere può avere un nome?

Il potere di evocare, portare e riportare, rendere reali, esistenti e resistenti al tempo.

Quando una madre e un padre decidono il nome per il proprio figlio si immaginano un piccolo essere, un qualcuno che ancora non è. E gli danno un nome. E dandogli quel nome, pensandolo, iniziano ad attribuirgli un’identità che sarà la sua prima scintilla di vita. Quel nome è una storia che inizia: “Sarà una bambina e la chiameremo Yasmin, Celia, Julia, Mariam, Noura…” dentro la scelta c’è già il pensiero di lei che sarà. E non c’è scampo, non c’è modo di sfuggire a quel nome che è già un destino, una storia che qualcuno si immagina per noi. Con quell’immagine, magari, faremo i conti tutta la vita.

È un regalo. Il nome è un regalo che ci fanno i nostri genitori quando veniamo al mondo, quando ci mettono dentro nel mondo. E quel nome è l’inizio di tutto. È l’indizio, l’indizio più bello di una storia da svelare, una storia di vita.

Potrà essere una storia breve, come quella di tanti bambini qui a Gaza, oppure una storia lunghissima: ma ogni nome ha la sua storia e nel mondo siamo milioni di storie diverse. Storie di versi, storie di parole da raccontare come favole ai bambini gonfi di sonno. Storie di persone che sono vive e piene di vita, storie di persone che non sono più – e qui a Gaza sono tanti a non esserci più; ma è importante tenere nella mente i loro nomi perché tenere un nome è come trattenere la persona che è quel nome, trattenere la sua storia.

Questa guerra ha fatto un sacco di buchi nelle case e ne ha fatto uno anche dentro me, proprio lì dove stava mia mamma che adesso è un buco nel mio cuore. Ci sono sere in cui io e i miei fratelli riempiamo quel buco con i ricordi di lei. Il buco nella pancia quello è più difficile da riempire e a volte la notte sogno i falafel che lei mi faceva trovare quando tornavo da scuola.

Stasera mi addormento pronunciando il mio nome e domani mattina, prima ancora di aprire gli occhi, dirò: “Noura”. Come dire: “coraggio, speranza”. Dentro questa guerra orribile solo il mio nome mi rimane. L’unica ricchezza che ho.

Anche con i miei fratelli, dentro questa tenda impolverata, la sera ci salutiamo dicendo i nostri nomi:

“Buonanotte, Amin”.

“Buonanotte, Hamza”.

“Buonanotte, Noura”.

Anche i nomi dei miei fratelli hanno un significato profondo: Amin, “onesto”; Hamza, “deciso” o anche “leone”.

Ci diciamo i nostri nomi come per ricordarci che siamo vivi, come fare l’appello dei vivi perché l’appello dei morti è la nenia che già gli adulti raccontano ogni giorno

Dire ad alta voce il mio nome, poterlo pronunciare e sentirlo risuonare nel silenzio mi ricorda che io esisto e resisto. E a volte è come risentire la voce di mia mamma che mi chiama. Per sgridarmi, per darmi un piccolo compito, per farmi una carezza, per dirmi che mi ama.

Quanto può essere speciale un nome?

Quanto potere può avere un nome?

Bisogna dirli, i nomi delle persone. Alcune volte parliamo con le persone senza mai pronunciare il loro nome. Ma è diverso se dici anche il nome della persona con cui parli. Perché è come se le dicessi che le parole che escono da te sono solo per lei. E questa cosa qui si chiama amore.

Mi chiamo Noura e ho un nome bellissimo.

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