“Le Stelle sul Soffitto” nasce da una rete di artisti e persone comuni che scelgono di reagire al buio con gesti di bellezza condivisa.

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La prima guerra

di Marco Varini

Che caldo, mi prude la pelliccia. Quest’inverno la temperatura è più alta del solito, spero non sia un brutto segno. Io e il mio branco ci spostiamo verso nord all’inizio di ogni primavera, in cerca di un clima più adatto alla nostra pelliccia spessa e lanosa. Parlo del mio branco, ma di mio non c’è proprio nulla. Anche tra i mammut c’è un sistema di popolarità, basato per lo più sulle capacità di adattamento; io non eccello in niente, e custodisco una passione che mi rende oggetto di scherno da parte dei compagni: adoro gli esseri umani. 

I Saggi del branco raccontano che queste strane scimmie hanno iniziato a interagire con noi molto tempo fa. Noi siamo vecchi milioni di anni, loro solo qualche migliaio, ma la velocità con la quale si sono evoluti è sconvolgente. Condividono i nostri i bisogni fondamentali, distinguendosi però nella maniera di perseguirli. Noi paghiamo alla terra un prezzo proporzionale a ciò che prendiamo da lei; gli uomini no, loro scoprono sempre nuovi modi per derubarla. I Saggi dicono che il loro comportamento è orribile; io lo trovo affascinante.

Anche quest’anno la nostra migrazione procede lenta. Un tempo, qui venivamo sempre attaccati da orsi e lupi, ma gli umani hanno decimato le loro popolazioni. Gli animali cacciavano gli uomini per mangiarli, mentre gli uomini li hanno cacciati per la loro pericolosità: hanno attuato uno sterminio mirato a rendere l’ambiente più adatto alla loro sopravvivenza. Questa era la mia affascinante riflessione prima che gli apripista mi interrompessero, arrestando la marcia del branco. La voce si è sparsa velocemente: cadaveri di umani trovati lungo il percorso. 

La brina gelata ricopre i loro corpi privi di pelo, riversi in pose terribili, facendoli scintillare di un biancore candido, in totale contrasto con l’orrore che rappresentano. Armi che non conosco hanno lacerato le loro membra, mi sembra di vedere punte di lancia fatte con una pietra nuova, perfetta per affondare nella carne con facilità. La neve è macchiata di sangue rappreso mentre la terra è scura e umida, ovunque tempestata da pesanti impronte. I cadaveri si espandono in un’area molto vasta e la loro disposizione non sembra casuale: i corpi sono organizzati in due schieramenti, che si sono scontrati, mescolandosi. Tra i morti il branco più presente è quello dalle pellicce marroni, strappate dalla carne degli orsi bruni; l’altro, dalle pellicce chiare appartenenti a un animale a me sconosciuto, è meno presente. Questa distesa di corpi orribilmente mutilati nasconde qualcosa: una nuova, inquietante attività a cui gli uomini hanno deciso di dedicarsi.

La marcia riprende e io cerco una spiegazione all’incubo basandomi sulla memoria di ciò che ho visto. Gli uomini dalla pelliccia bianca vengono da lontano, per questo non ho riconosciuto l’animale a cui hanno rubato la pelle; si sono presentati alle popolazioni del posto con le loro nuove armi evolute. È tutto così ovvio se provo a riflettere con la mentalità umana: un popolo superiore si presenta, prendendo naturalmente il posto del precedente; così riescono a evolversi a una velocità che li separa completamente dal naturale ritmo biologico degli altri abitanti della terra. I più grandi passi avanti li fanno quando un popolo decide di sterminarne un altro. È questo che li rende umani?

La nostra marcia si arresta nuovamente: la tribù dalle pellicce bianche ci sta sbarrando la strada. I Saggi attraversano rapidi il branco, invitando tutti a prepararsi alla battaglia; i cuccioli vengono portati nelle retrovie mentre i maschi più prestanti si fanno avanti, spianando le zanne. Devo fermarli. Mi faccio largo attraverso la confusione, dalle prime linee sento già provenire i primi barriti di guerra; ovunque nuvole di neve si sollevano, mescolandosi alla condensa del nostro pesante ansimare. Più avanzo, più la nebbia si dirada; eccoli, li vedo schierati sul crinale della collina. Sagome nere in controluce, disposte in fila. I più grossi impugnano le armi, altri sembrano minuti e disarmati; altri ancora trasportano qualcosa. Conosco abbastanza bene gli umani per capire che non abbiamo di fronte una minaccia. Per la prima volta sono portato ad assumere il comando, è l’istinto di voler proteggere i miei compagni a darmi la forza. Mi schiero tra noi e gli umani, invitando tutti a fermarsi. I grossi maschi delle prime linee sono restii, ma si convincono quando gli faccio notare cosa gli umani stanno trasportando: sono i cadaveri che abbiamo visto sul campo di battaglia.

Ci schieriamo al lato del sentiero, mentre la tribù attraversa lentamente i solchi delle nostre impronte. Sono il popolo che ha vinto la guerra, ma non sembrano gioire. Vedo cuccioli senza genitori, sembrano tristi, rimpiangono i loro morti a cui desiderano dare sepoltura. Guardo i piccoli umani, nei loro occhi c’è l’orrore di ciò che rende allo stesso tempo grande e terribile la loro specie. A loro, se potessi, rivolgerei la domanda in grado di definire il destino dei loro simili: imparerete dagli errori dei padri attraverso il dolore oppure userete quello stesso dolore per continuare a combattere, alimentando altro odio?

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La prima guerra

di Marco Varini

Che caldo, mi prude la pelliccia. Quest’inverno la temperatura è più alta del solito, spero non sia un brutto segno. Io e il mio branco ci spostiamo verso nord all’inizio di ogni primavera, in cerca di un clima più adatto alla nostra pelliccia spessa e lanosa. Parlo del mio branco, ma di mio non c’è proprio nulla. Anche tra i mammut c’è un sistema di popolarità, basato per lo più sulle capacità di adattamento; io non eccello in niente, e custodisco una passione che mi rende oggetto di scherno da parte dei compagni: adoro gli esseri umani. 

I Saggi del branco raccontano che queste strane scimmie hanno iniziato a interagire con noi molto tempo fa. Noi siamo vecchi milioni di anni, loro solo qualche migliaio, ma la velocità con la quale si sono evoluti è sconvolgente. Condividono i nostri i bisogni fondamentali, distinguendosi però nella maniera di perseguirli. Noi paghiamo alla terra un prezzo proporzionale a ciò che prendiamo da lei; gli uomini no, loro scoprono sempre nuovi modi per derubarla. I Saggi dicono che il loro comportamento è orribile; io lo trovo affascinante.

Anche quest’anno la nostra migrazione procede lenta. Un tempo, qui venivamo sempre attaccati da orsi e lupi, ma gli umani hanno decimato le loro popolazioni. Gli animali cacciavano gli uomini per mangiarli, mentre gli uomini li hanno cacciati per la loro pericolosità: hanno attuato uno sterminio mirato a rendere l’ambiente più adatto alla loro sopravvivenza. Questa era la mia affascinante riflessione prima che gli apripista mi interrompessero, arrestando la marcia del branco. La voce si è sparsa velocemente: cadaveri di umani trovati lungo il percorso. 

La brina gelata ricopre i loro corpi privi di pelo, riversi in pose terribili, facendoli scintillare di un biancore candido, in totale contrasto con l’orrore che rappresentano. Armi che non conosco hanno lacerato le loro membra, mi sembra di vedere punte di lancia fatte con una pietra nuova, perfetta per affondare nella carne con facilità. La neve è macchiata di sangue rappreso mentre la terra è scura e umida, ovunque tempestata da pesanti impronte. I cadaveri si espandono in un’area molto vasta e la loro disposizione non sembra casuale: i corpi sono organizzati in due schieramenti, che si sono scontrati, mescolandosi. Tra i morti il branco più presente è quello dalle pellicce marroni, strappate dalla carne degli orsi bruni; l’altro, dalle pellicce chiare appartenenti a un animale a me sconosciuto, è meno presente. Questa distesa di corpi orribilmente mutilati nasconde qualcosa: una nuova, inquietante attività a cui gli uomini hanno deciso di dedicarsi.

La marcia riprende e io cerco una spiegazione all’incubo basandomi sulla memoria di ciò che ho visto. Gli uomini dalla pelliccia bianca vengono da lontano, per questo non ho riconosciuto l’animale a cui hanno rubato la pelle; si sono presentati alle popolazioni del posto con le loro nuove armi evolute. È tutto così ovvio se provo a riflettere con la mentalità umana: un popolo superiore si presenta, prendendo naturalmente il posto del precedente; così riescono a evolversi a una velocità che li separa completamente dal naturale ritmo biologico degli altri abitanti della terra. I più grandi passi avanti li fanno quando un popolo decide di sterminarne un altro. È questo che li rende umani?

La nostra marcia si arresta nuovamente: la tribù dalle pellicce bianche ci sta sbarrando la strada. I Saggi attraversano rapidi il branco, invitando tutti a prepararsi alla battaglia; i cuccioli vengono portati nelle retrovie mentre i maschi più prestanti si fanno avanti, spianando le zanne. Devo fermarli. Mi faccio largo attraverso la confusione, dalle prime linee sento già provenire i primi barriti di guerra; ovunque nuvole di neve si sollevano, mescolandosi alla condensa del nostro pesante ansimare. Più avanzo, più la nebbia si dirada; eccoli, li vedo schierati sul crinale della collina. Sagome nere in controluce, disposte in fila. I più grossi impugnano le armi, altri sembrano minuti e disarmati; altri ancora trasportano qualcosa. Conosco abbastanza bene gli umani per capire che non abbiamo di fronte una minaccia. Per la prima volta sono portato ad assumere il comando, è l’istinto di voler proteggere i miei compagni a darmi la forza. Mi schiero tra noi e gli umani, invitando tutti a fermarsi. I grossi maschi delle prime linee sono restii, ma si convincono quando gli faccio notare cosa gli umani stanno trasportando: sono i cadaveri che abbiamo visto sul campo di battaglia.

Ci schieriamo al lato del sentiero, mentre la tribù attraversa lentamente i solchi delle nostre impronte. Sono il popolo che ha vinto la guerra, ma non sembrano gioire. Vedo cuccioli senza genitori, sembrano tristi, rimpiangono i loro morti a cui desiderano dare sepoltura. Guardo i piccoli umani, nei loro occhi c’è l’orrore di ciò che rende allo stesso tempo grande e terribile la loro specie. A loro, se potessi, rivolgerei la domanda in grado di definire il destino dei loro simili: imparerete dagli errori dei padri attraverso il dolore oppure userete quello stesso dolore per continuare a combattere, alimentando altro odio?

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